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Referendum in Svizzera

I caccia abbattuti dai conti svizzeri

5 Lug 2014 - Cosimo Risi - Cosimo Risi

Se la prende con l’acquisto degli aerei militari, l’ennesimo referendum svizzero con esito a sorpresa.

A pochi mesi dalla vittoria dell’iniziativa costituzionale sul “no all’immigrazione di massa”, l’elettorato svizzero boccia la legge che autorizzava il governo ad acquistare 19 caccia multiruolo svedesi Saab Jas 39 Gripen, per un importo di circa 2,58 miliardi di euro.

La legge, d’impulso governativo, era stata approvata dal Parlamento sulla scia di un articolato dibattito fra socialisti e verdi da una parte e centro-destra dall’altra. Il ministro della Difesa, promotore dell’acquisto, è esponente di spicco dell’Unione democratica di centro, il partito che fu alla base dell’iniziativa costituzionale sull’immigrazione.

È probabile che la campagna condotta nel referendum contro i Gripen sia pure la diretta conseguenza dell’altra campagna. Una resa dei conti fra forze politiche in preparazione delle elezioni generali del 2015. Il contendere riguarda il posizionamento sulla scena nazionale, ma tocca fatalmente, nell’un caso e nell’altro, il profilo delle relazioni internazionali della Confederazione. Pone domande su due grandi temi: le esigenze di sicurezza; i rapporti con l’Unione europea.

Affare Gripen
Il voto espresso il 18 maggio dal 53,4% dei votanti contro l’acquisto dei Gripen non porta necessariamente un segno pacifista o antimilitarista. Già nel settembre 2013 il referendum sulla proposta di abolire la coscrizione obbligatoria aveva visto percentuali plebiscitarie a favore dell’esercito di popolo. Le forze armate erano e sono centrali nella Confederazione. La popolazione vede in loro il baluardo della neutralità e della sicurezza.

L’obbligatorietà del servizio militare e il sistema dei richiami periodici alle armi nel corso della vita professionale sono caratteri distintivi della Svizzera rispetto al resto d’Europa, dove è ormai generalizzato il ricorso all’arruolamento volontario e alle forze armate di professione.

Esercito e aeronautica consentono alla Confederazione di partecipare alle missioni internazionali, di avere un ruolo attivo pur nell’ambito della scelta di fondo della neutralità. Un ruolo di cui si vale in questo periodo con la presidenza di turno Osce per una mediazione nella crisi ucraina.

Se allora non vi è un’onda antimilitarista, quale è la spiegazione del voto di maggio? Essa è essenzialmente di natura finanziaria. La spesa per l’acquisto è sembrata eccessiva, specie per aerei sulla cui affidabilità molti avanzano dubbi. Eppure la scelta dei Gripen era stata anch’essa oggetto di articolato dibattito.

A competere con gli svedesi erano i francesi Rafale e gli Eurofighter del consorzio formato dal gruppo franco-tedesco Airbus (ex Eads), British Aerospace e Finmeccanica. L’effimera vittoria dei Gripen aveva fatto storcere la bocca a quanti sostenevano i rivali.

L’immagine che se ne ricavava era di una competizione fratricida fra produttori europei, decisi a tutto pur di prevalere. Il contrario del profilo unitario che dovrebbe avere la Politica di sicurezza e difesa comune europea anche riguardo alle forniture di sistemi d’armi e, in questo caso, alla loro vendita sul mercato internazionale.

Dell’affare Gripen non è scritta l’ultima puntata. Il Ministero della Difesa ritiene indifferibile la sostituzione dell’attuale flotta aerea. Essa sarà presto vetusta e poco idonea agli scopi. Né vale dire che il Paese può fare a meno di una difesa aerea nazionale potendo contare su quelle dei vicini. Se si riaprirà la corsa alla fornitura per gli altri contendenti, è ora difficile dire. La fase è d’attesa.

Politica europea di sicurezza e difesa
L’ultimo referendum offre spunti di riflessione sulle dimensioni della politica europea di sicurezza e di difesa, essendo un caso di scuola che spinge a considerazioni generali.

Il Consiglio europeo di dicembre 2013 ha affrontato le questioni di difesa, per la prima volta in maniera sistematica dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona.

Le conclusioni del vertice sono eloquenti. “La difesa è importante … l’ambiente strategico e geopolitico europeo è in rapida evoluzione. In Europa i bilanci per la difesa sono sottoposti a vincoli che limitano la capacità di sviluppare, dispiegare e sostenere le capacità militari. La frammentazione dei mercati europei della difesa compromette la sostenibilità e la competitività dell’industria europea della difesa e della sicurezza. L’Ue e gli stati membri devono assumere maggiori responsabilità per rispondere a tali sfide se vogliono contribuire a mantenere la pace e la sicurezza …”.

Già negli anni ’40 il padre dell’approccio funzionalista all’integrazione europea Jean Monnet, le cui carte private sono conservate all’omonima fondazione di Losanna, vedeva il pilastro fondante d’Europa nelle “organizzazioni comuni per la difesa, la politica estera e gli affari economici e finanziari”.

Questo egli scrisse nella Dichiarazione d’Unione franco-britannica (Londra, 16 giugno 1940) che avrebbe dovuto portare alla fusione a termine dei due paesi “per difendere insieme la giustizia e la libertà dall’asservimento a un sistema che riduce l’umanità alla condizione di robot e schiavi”.

Il progetto fu reso caduco dalla guerra e dalla disfatta della Francia. Quanto valeva nel 1940 è di attualità ancora oggi a fronte di rischi diversi. Il problema della Difesa su scala europea si pone da decenni. Prima o poi dovremo risolverlo.

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