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Medio Oriente

Siria tra l’incudine e il martello

17 Giu 2014 - Giacomo Galeno - Giacomo Galeno

Le recenti elezioni presidenziali siriane sono state un primo passo verso la transizione democratica del paese? Com’era ampiamente prevedibile, Bashar al-Asad è stato rieletto, incassando un successo plebiscitario (l’88,7%).

Oltre alla ovvia reticenza a mollare il potere da parte del regime, bisogna interrogarsi sulla situazione mediorientale nel suo complesso. Chi potrebbe auspicare l’avvio di un processo di democratizzazione in Siria? Il regime? Le potenze regionali – Arabia Saudita, Iran e Israele – o quelle internazionali?

Democratizzazione di Asad
Il clan Al-Asad governa la Siria con il pugno di ferro dal 1970. All’inizio del 2011, il regime si è investito nell’opera di repressione violenta e sistematica di un movimento di opposizione a lungo rimasto in larghissima parte pacifico, rifiutando categoricamente di scendere a compromessi sulla questione principale, il ruolo di Bashar Al-Asad nel futuro della Siria.

Al contrario, ha perseguito in maniera unilaterale un programma di riforme tardive e di facciata, quali l’abrogazione della legge d’emergenza (subito sostituita da un’altra analoga, anti-terrorismo), la riforma sulla libertà dei media (di fatto sempre sotto il controllo del regime) e la modifica della Costituzione che, dopo 40 anni di monopolio baathista, ha introdotto nella carta fondamentale il pluralismo politico.

Quest’ultima riforma prevede inoltre la possibilità per più candidati di competere per la presidenza (le elezioni presidenziali sono sempre state un referendum di reinvestitura del presidente in carica) e stabilisce i criteri di candidabilità degli stessi – ad es.: aver risieduto in Siria per i 10 anni precedenti la candidatura, il che esclude tutti gli oppositori in esilio all’estero – che devono essere verificati dalla Suprema Corte costituzionale.

Delle 23 domande di candidatura alla presidenza, la Suprema Corte ne ha approvate due, quelle di Hassan bin Abdullah al-Nouri (54 anni, uomo d’affari di Damasco) e di Maher Abdul-Hafiz Hajjar (43 anni, deputato indipendente di Aleppo), entrambi pressoché sconosciuti all’opinione pubblica siriana.

Sguardo delle potenze internazionali su Damasco
Perché le potenze regionali e internazionali dovrebbero auspicare per la Siria una transizione verso la democrazia?

Nella guerra civile siriana si riflette, tra gli altri, anche il conflitto tra Arabia Saudita e Iran che questi stanno combattendo all’interno del paese attraverso gruppi affiliati (ad es.: Hezbollah ed i vari gruppi islamisti sostenuti dai sauditi e da altre monarchie del Golfo).

Riad e Teheran, nemici per eccellenza, trovano però un terreno d’intesa quando si tratta di evitare che si sviluppino nella regione pericolosi esempi di democratizzazione. Anche per Israele, che finora aveva trovato nel regime degli Al-Asad il suo “miglior nemico”, una Siria avviata verso un processo di reale democratizzazione diventerebbe una scomoda incognita.

Ad un altro livello il conflitto vede contrapposti Stati Uniti e Russia. Lo stesso al-Asad ha dichiarato in una recente intervista al quotidiano libanese Al-Akhbar che “Putin, difendendo la Siria, ha voluto non solo riaffermare la forte alleanza tra di noi, ma anche riequilibrare un ordine internazionale che dalla disintegrazione dell’Unione Sovietica fino all’elezione di Putin è stato dominato da un sistema unipolare guidato dagli Stati Uniti e dai suoi alleati nella Nato”, esplicitando così l’intenzione della Russia a mantenere nella regione l’equilibrio internazionale precedente alla rivoluzione.

Come riassume bene Muhammad al-Sadiq su Al-Araby Al-Jadeed, il fatto che Al-Asad dopotutto sia ancora al potere in Siria, e che Abdel Fattah Al-Sisi sia stato eletto presidente in Egitto, suggerisce che la politica del “nessun vincitore, nessun perdente” stia di fatto prevalendo e che, non solo da parte di Riad e Teheran, ci sia l’intenzione di mantenere congelata la regione senza discostarsi dai rassicuranti schemi tradizionali.

Da rivoluzione a guerra civile
Inizialmente la rivoluzione siriana era riuscita a imporre parole d’ordine nuove e precise: libertà, democrazia, giustizia sociale e dignità, nel rispetto delle diversità religiose ed etniche, e dell’unità del paese. A questi principi si rifacevano i comunicati dei gruppi pacifici della prima ora quali ad esempio i Comitati locali di coordinamento.

Viceversa, le parole d’ordine imposte da subito dal regime e successivamente dai gruppi infiltratisi, sono servite a riportare il conflitto sui binari di contrapposizioni classiche: imperialismo-resistenza, sunnismo-sciismo, autoritarismo laico-fondamentalismo religioso, Oriente-Occidente.

Ciò che la rivoluzione siriana ha prodotto di più “rivoluzionario”, cioè la sua pacifica, democratica e laica ispirazione, sembra ormai inevitabilmente schiacciato tra l’incudine e il martello della logica di forme antagoniste, ma egualmente autoritarie, di imperialismo e di fondamentalismo religioso.

Forze che stanno riorientando la Siria verso vecchi e strumentali discorsi egemonici di cui queste stesse forze si nutrono, imponendo alla popolazione la convinzione che nessun cambiamento democratico sia possibile e che ciò da cui stavano scappando sia in realtà il loro miglior rifugio.

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