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Svizzera

Dopo il referendum, altri quesiti

31 Mar 2014 - Cosimo Risi - Cosimo Risi

Paese preciso fino alla meticolosità, la Svizzera sta gestendo con iniziative metodiche e puntigliose le conseguenze del referendum del 9 febbraio sui rapporti con l’Unione europea (Ue) e con gli stati membri vicini più interessati alla libera circolazione delle persone.

Dopo la votazione, scartata Roma per la crisi politica, i governanti svizzeri si sono recati a Berlino, Bruxelles e Parigi per rassicurare che poco cambierà nei rapporti con l’Ue. Poco cambia, beninteso nel rispetto del risultato che comporta una modifica costituzionale da attuare nell’arco di tre anni. Un periodo di tempo che Berna spera di utilizzare interamente, al fine di mettere a punto una exit strategy adeguata sia sotto il profilo esterno che della compatibilità interna.

Accordo sulla libera circolazione delle persone
Il Consiglio federale (governo) ha tre anni di tempo per sottoporre al Parlamento gli strumenti legislativi di attuazione: e cioè tetti massimi e contingenti annuali da applicare a tutti i permessi per gli stranieri, inclusi i frontalieri e i richiedenti asilo.

Quote e contingenti vanno commisurati al fabbisogno globale e degli interessi dell’economia domestica. Si aggiunga la rigida applicazione della preferenza nazionale sul mercato del lavoro. Il che significa che il datore di lavoro potrà rivolgersi al candidato straniero solo se mancano i candidati nazionali a quel determinato impiego.

Nei tre anni andranno rinegoziati i trattati internazionali in contrasto con tali criteri: in questo ambito ricade l’accordo sulla libera circolazione delle persone con l’Ue (Alcp).

Il Consiglio Ue replica che, quale che sia la posizione del governo di Berna, da sempre contrario al referendum, esso deve vegliare affinché il diritto in fieri non pregiudichi il complesso degli impegni con la stessa Ue. Ciò in quanto “le quattro libertà fondamentali sono parte integrante delle relazioni Ue – Svizzera e mercato interno ed i quattro pilastri sono indivisibili”.

Tradotto in termini che suonano preoccupanti agli ambienti economici: se cade la libera circolazione delle persone, o viene seriamente limitata, cadono le altre tre libertà grazie alle quali il sistema svizzero, in piena crisi europea, ha macinato e macina indici positivi.

La Segreteria di stato dell’economia misura nel 2% la crescita 2013, prevede il 2,2% nel 2014 e il 2,7% nel 2015. Il tasso di disoccupazione 2013 è del 3,2% nella Confederazione e del 4,5% in Ticino. Secondo la Segreteria, la voce del commercio estero “potrebbe tornare a dare impulsi positivi e rinvigorire la già robusta domanda interna”.

Lo scenario che si prefigura conferma la crescita e il suo collegamento alla proiezione esterna del sistema, ma rischia di restare una speranza se si limita l’accesso al mercato europeo, che già oggi assorbe il 70% delle esportazioni svizzere.

A fronte di queste cifre, i settori già contrari al referendum, ma responsabili di una campagna elettorale sotto tono avendo dato per scontata la loro vittoria, si muovono per richiamare l’attenzione del governo sulle conseguenze di una rottura comunque mascherata con l’Ue.

Le zone più dinamiche, a cominciare dalla “internazionale” Repubblica di Ginevra, possono tollerare contingenti e tetti per gli altri, e se proprio si devono applicare a tutti, quelli per la Repubblica devono essere tali da non colpire l’economia locale, fortemente tributaria agli stranieri di Francia.

Frontalieri
Ecco un altro paradosso della situazione attuale: i frontalieri verso i quali si applicherebbero le nuove misure sono solo formalmente stranieri, mentre sotto il profilo culturale e linguistico sono del tutto assimilabili ai cittadini.

Nella Svizzera romanda affluiscono i francesi, nella Svizzera alemanna i tedeschi, nella Svizzera italiana gli italiani. L’opinione pubblica non respinge “l’altro” in quanto diverso, ma in quanto concorrente sul mercato del lavoro. Questo vale per i ressortissants dei vecchi stati membri Ue, meno per i cittadini dei nuovi stati membri e dei richiedenti asilo.

A proposito dei nuovi stati membri, il primo assaggio della nuova dimensione è dato dal rifiuto svizzero, almeno finora, di firmare il protocollo che estende l’Alpc alla Croazia. Un atteggiamento inaccettabile per l’Unione a Ventotto ed un argomento in più nella discussione sui profili generali dell’Alcp.

Accordo sul quadro istituzionale
La macchina europea continua il suo corso e arriva a maturazione il mandato che il Consiglio conferisce alla Commissione per negoziare l’accordo sul quadro istituzionale con la Svizzera, l’accordo degli accordi che mira a dare organicità alla pletora di intese settoriali che legano le parti e che fanno ritenere la Confederazione, almeno fino al 9 febbraio, come un paese terzo talmente prossimo all’Ue da condividere davvero tutto salvo le istituzioni.

Vi è pure chi prospetta l’adesione a termine del paese, ma si tratta di voci solitarie di europeisti visionari. Se non altro si trovano in compagnia di precedenti illustri. Visionario era pure Altiero Spinelli a Ventotene, eppure ebbe ed ha ragione.

Con ogni probabilità il mandato negoziale sarà adottato col caveat di una dichiarazione con cui l’Unione ribadisce l’indivisibilità delle quattro libertà ed esprime sostegno alla Croazia.

Sugli sviluppi della situazione influirà il successo della desistenza che il governo pratica verso i settori parlamentari che, all’origine del referendum, ora vogliono monetizzare la vittoria. Ci sono tre anni di tempo per trovare una soluzione – questo risponde l’esecutivo alle interpellanze.

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