IAI
Corte penale internazionale

La chimera del “crimine di aggressione”

18 Lug 2012 - Marina Mancini - Marina Mancini

Il primo luglio scorso si è celebrato il decimo anniversario dell’entrata in vigore dello Statuto della Corte Penale Internazionale (Cpi). Nella sua breve vita, lo Statuto, che fu adottato a Roma il 17 luglio 1998, è già stato oggetto di revisione.

La Conferenza di Kampala
Una conferenza di revisione si è svolta infatti a Kampala, capitale dell’Uganda, dal 31 maggio all’11 giugno 2010. Ad essa hanno partecipato con lo status di osservatori – e dunque senza diritto di voto – anche i tre membri permanenti del Consiglio di sicurezza (Cds) che non sono parti dello Statuto, ovvero la Federazione Russa, la Repubblica Popolare Cinese e gli Stati Uniti.

Questi ultimi, abbandonato l’atteggiamento di aperta ostilità nei confronti della Cpi che aveva contraddistinto l’Amministrazione Bush, hanno preso parte attivamente ai lavori, presentando proposte e suggerendo modifiche. Oltre ad un emendamento all’art. 8 che introduce tre nuove fattispecie tra i crimini di guerra su cui la Cpi ha giurisdizione, la Conferenza di Kampala ha adottato i tanto attesi emendamenti riguardanti il crimine di aggressione.

Gli emendamenti
Lo Statuto, come adottato a Roma, già attribuiva alla Cpi giurisdizione sul crimine di aggressione (art. 5, para. 1). Tuttavia, esso subordinava la possibilità per la Corte di processare individui per questo crimine all’adozione, sotto forma di emendamenti, della definizione del crimine e delle condizioni per l’esercizio della giurisdizione su di esso (art. 5, para. 2).

Gli emendamenti approvati dalla Conferenza di revisione prevedono l’introduzione nello Statuto dell’art. 8 bis contenente la definizione del crimine e degli artt. 15 bis e 15 ter riguardanti le condizioni per l’esercizio della giurisdizione da parte della Corte. Su queste ultime si sono concentrati i negoziati a Kampala e un accordo è stato raggiunto solo all’ultimo minuto. Riguardo alla definizione, la Conferenza si è limitata ad approvare il testo che era stato elaborato dallo Special Working Group sul crimine di aggressione, istituito dall’Assemblea degli Stati Parti subito dopo l’entrata in vigore dello Statuto.

Definizione del crimine
L’art. 8 bis, par. 1, definisce il crimine di aggressione come la “pianificazione, preparazione, avvio o esecuzione … di un atto di aggressione che, per la sua natura, la sua gravità o la sua magnitudine, costituisca una violazione manifesta della Carta delle Nazioni Unite”; e chiarisce che di esso possono rendersi responsabili gli individui che si trovino “in una posizione tale da controllare o dirigere effettivamente l’azione politica o militare di uno Stato”. In pratica, per il crimine di aggressione potranno essere processati solo i vertici politici e militari di uno Stato.

Ma in che cosa consiste un atto di aggressione? L’art. 8 bis, par. 2, ne dà una definizione estremamente ampia, che coincide con la definizione di aggressione adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (NU) con la risoluzione 3314-XXIX del 1974. Per atto di aggressione deve intendersi “l’uso della forza armata da parte di uno Stato contro la sovranità, l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato, o in un altro modo incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite”. L’art. 8 bis, par. 2, riproduce anche l’elenco degli atti di aggressione contenuto nella suddetta risoluzione.

Come risulta dall’art. 8 bis, par. 1, tuttavia, i leader politici e militari di uno Stato potranno essere chiamati a rispondere del crimine di aggressione solo quando l’atto di aggressione costituisca una “violazione manifesta” della Carta delle NU. Spetterà alla Cpi stabilire quando ciò accada, tenendo conto della natura, della gravità e delle dimensioni dell’atto. Mentre gli ultimi due criteri valgono certamente ad escludere il crimine di aggressione nel caso di incursioni di frontiera e altri incidenti simili, è dubbio se il criterio della natura e scopo dell’atto sia sufficiente ad escluderlo in ipotesi di uso della forza la cui liceità è controversa, come la legittima difesa preventiva, il ricorso alla forza contro gruppi terroristici transnazionali e l’intervento d’umanità.

A quest’ultimo proposito, a Kampala gli Stati Uniti proposero di adottare un understanding che chiarisse che l’uso della forza allo scopo di impedire la commissione di un genocidio, crimini contro l’umanità o crimini di guerra non costituisce una “violazione manifesta” della Carta delle NU. La proposta tuttavia non fu accolta e negli understanding adottati dalla Conferenza non vi è alcun riferimento all’intervento d’umanità. Ciononostante, a parte quanto si dirà oltre, appare estremamente remota l’ipotesi di un processo davanti alla Cpi per il crimine di aggressione nei confronti dei vertici politici e militari di uno Stato che ricorra alla forza armata, senza l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza (Cds), per impedire che un altro Stato continui a massacrare i propri cittadini, come la Siria oggi.

La giurisdizione sul crimine
Passando alle condizioni per l’esercizio della giurisdizione sul crimine di aggressione, l’accordo raggiunto a Kampala è molto deludente. Innanzitutto, gli artt. 15 bis e 15 ter stabiliscono che la Cpi potrà esercitare la sua giurisdizione solo rispetto ai crimini che siano commessi dopo (1) l’adozione di una decisione in questo senso da parte degli Stati parti in una data successiva al 1º gennaio 2017, e (2) il decorso di un anno dalla ratifica degli emendamenti da parte di 30 Stati parti. Le due condizioni sono cumulative. Vale la pena ricordare che solo uno Stato, il Liechtenstein, ha finora ratificato gli emendamenti riguardanti il crimine di aggressione e che per la decisione di attivazione della giurisdizione della Corte è necessaria la stessa maggioranza richiesta per l’adozione degli emendamenti, ovvero i due terzi degli Stati parti, che attualmente sono 121.

Inoltre, la giurisdizione della Cpi, se e quando sarà attivata, incontrerà numerosi limiti. Nel caso in cui il Procuratore agisca proprio motu o una situazione gli sia deferita da uno Stato parte, la Cpi potrà esercitare la sua giurisdizione solo se lo Stato responsabile dell’atto di aggressione all’origine del crimine sia parte dello Statuto, abbia ratificato gli emendamenti e non abbia precedentemente depositato una dichiarazione di non accettazione della giurisdizione della Corte sul crimine (art. 15 bis, par. 4).

Solo in caso di deferimento da parte del Cds, la Cpi potrà processare un individuo per il crimine di aggressione, quale che sia lo Stato responsabile dell’atto di aggressione all’origine di esso. Tuttavia, gli Stati Uniti, la Russia e la Cina, sempre che nel frattempo non siano divenuti parti dello Statuto, potranno impedire il deferimento di una situazione che li riguardi o tocchi i loro interessi esercitando o anche solo minacciando il veto alla relativa risoluzione.

Stella polare
Ma non è finita qui. Qualora agisca proprio motu o previo deferimento da parte di uno Stato parte, il Procuratore potrà aprire un’indagine nei confronti dei vertici politici e militari di uno Stato per il crimine di aggressione solo se il Cds abbia già constatato il compimento di un atto di aggressione da parte di quello Stato oppure se esso sia rimasto inerte nei sei mesi successivi alla notifica della situazione al Segretario Generale delle NU e la Sezione preliminare della Corte abbia autorizzato l’apertura dell’indagine (art. 15 bis, par. 6-8).

L’adozione degli emendamenti riguardanti il crimine di aggressione è stata salutata da molti come un grande successo. Certamente la Conferenza di Kampala ha completato “un lavoro lasciato a metà” dalla Conferenza di Roma. Tuttavia, le condizioni stabilite per l’esercizio della giurisdizione sul crimine di aggressione sono tante e tali da far dubitare che in un futuro anche lontano qualcuno possa effettivamente essere processato dalla Cpi per questo crimine.

.