IAI
Joint Strike Fighter

Troppi luoghi comuni sugli aerei militari

14 Set 2011 - Valerio Briani - Valerio Briani

La gravissima crisi economica nella quale si dibatte il paese ha dato maggior forza, com’è naturale, alle voci che chiedono la riduzione delle spese militari. Principale bersaglio sembra essere il programma F 35 Lightning II, o Joint Strike Fighter, velivolo multiruolo sviluppato dagli Stati Uniti con diversi partner internazionali tra i quali l’Italia. Un dibattito pubblico trasparente ed informato sulle scelte di procurement militare è sempre auspicabile: ma affinché sia costruttivo, è necessario sgombrare il campo da alcuni luoghi comuni la cui diffusione rischia di falsare i termini reali del confronto.

Quattro luoghi comuni sul JSF
Primo luogo comune: l’F 35 è un aereo d’attacco; la nostra Costituzione vieta di attaccare altri paesi: il velivolo è perciò inutile. Questa idea è ampiamente diffusa, e ha trovato spazio anche in interpellanze parlamentari. Non esistono armi di attacco e armi di difesa: un’arma è un oggetto che può essere usato per attaccare o per difendersi da un attacco. L’equivoco nasce forse dalla designazione dell’F 35 come velivolo con spiccate capacità di attacco al suolo, cioè progettato con caratteristiche che permettono di distruggere bersagli a terra: non è certo da “attacco ad altri paesi” (non più di qualsiasi altro sistema d’arma).

Secondo luogo comune: il paese, in questo momento, non può permettersi di spendere miliardi per questo aereo. Forse no. Tuttavia, l’acquisizione di armamenti non è attività che possa essere gestita unicamente in base a fattori contingenti, perché richiede anni per essere messa in atto (o decenni, se si parla di sviluppo e messa in linea di velivoli ed altri sistemi d’arma complessi). Rinunciare all’F 35 significherebbe gettare dalla finestra tutti i fondi investiti fino a questo momento e dover cercare poi un altro aereo con cui sostituirlo, con conseguente esborso di altri fondi; oppure, limitare la linea di volo dell’Aeronautica militare al solo Eurofighter, senza alcun velivolo per l’appoggio delle truppe a terra. Il paese può forse permettersi una di queste alternative?

Terzo, se tagliamo il numero di JSF di tot unità, possiamo risparmiare tot soldi. Si e no. Il calcolo del costo di una singola unità è molto complesso, e per il momento ancora indefinito (si parla comunque di una cifra tra i 70 ed i 120 milioni di dollari). Per calcolare effettivamente i risparmi complessivi derivanti da un taglio di ordinazioni, occorrerà sottrarre dal costo totale delle unità cancellate le ripercussioni sul sistema industriale nazionale dal punto di vista produttivo, strategico e occupazionale, gli eventuali ricavi della vendita di unità a paesi terzi, futuri introiti derivanti dall’accesso a nuove tecnologie, eccetera, eccetera. Una riduzione dell’ordine potrebbe poi anche mettere in discussione la sensatezza dell’investimento nel centro Final Assembly and Check Out di Cameri, Novara, per l’assemblaggio, la manutenzione e l’aggiornamento dei JSF europei.

Infine, si ritiene che investendo i finanziamenti per il JSF in progetti civili, otterremmo più occupazione. Possibile, ma irrilevante. L’Italia non partecipa allo sviluppo del JSF per creare occupazione: partecipa per ottenere un velivolo da combattimento necessario per svolgere una delle due missioni dell’Aeronautica militare (difesa dello spazio aereo nazionale ed appoggio alle truppe impegnate a terra). Le ricadute in termini di occupazione e di sviluppo industriale sono solo uno dei tanti fattori che hanno orientato la scelta. Se l’Aereonautica militare avesse optato per l’acquisto di un velivolo già sviluppato e prodotto – opzione considerata e poi scartata per varie ragioni – le ricadute occupazionali sarebbero state, in pratica, nulle.

Per un dibattito più trasparente
Tutto questo non implica affatto che non si debba valutare la possibilità di ridurre l’ordine di F 35. Non devono esistere vacche sacre, e sarebbe ora che il tema del procurement per la difesa entrasse pienamente nel discorso pubblico. Un dibattito trasparente ed informato non potrebbe che migliorare la qualità delle scelte in materia di armamenti, a volte discutibili e comunque assunte quasi sempre nella completa inconsapevolezza a parte dell’opinione pubblica e a volte, purtroppo, anche della classe politica. Come disse anni fa un (allora) membro della Commissione Difesa del Senato, “se i militari venissero a chiederci delle mongolfiere per la difesa antimissile, noi compreremmo le mongolfiere”.

Ogni valutazione andrebbe tuttavia effettuata tenendo freddamente conto dei costi e dei benefici che si otterrebbero dalla modifica dell’ordine. Come abbiamo visto, nel caso del JSF una valutazione dei benefici (cioè dei risparmi) è complessa ma fattibile. Per quanto riguarda i costi, oltre a quelli economici e industriali andrebbero considerati anche quelli politici, derivanti dal contesto di un consorzio multinazionale nel quale l’Italia è uno dei principali partner. È auspicabile che la questione venga affrontata e risolta con prudenza ma anche in modo aperto, senza isterismi e senza quei pregiudizi ideologici (da una parte e dall’altra) che spesso dominano il dibattito sulle questioni di armamenti.

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