IAI
Mandato d’arresto

Gheddafi alla sbarra?

4 Lug 2011 - Marina Mancini - Marina Mancini

Alla luce degli ultimi sviluppi della situazione a Tripoli, ripubblichiamo questo recente articolo sulla proposta di esilio per Gheddafi.
Il mandato d’arresto nei confronti del leader libico Muammar Gheddafi, emesso nei giorni scorsi dalla Corte penale internazionale (Cpi), rende ormai improponibile la soluzione dell’esilio almeno da parte di quegli Stati che, come l’Italia, sono parti dello Statuto della Corte, vale a dire lo hanno ratificato o vi hanno aderito.

Gli Stati parti dello Statuto sono, infatti, obbligati ad assicurare una piena cooperazione con la Cpi (art. 86). In effetti, per quanto riguarda l’Italia, soddisfazione per il mandato d’arresto è stata subito espressa dal ministro degli esteri Franco Frattini, che a fine marzo aveva lanciato la proposta dell’esilio per il colonnello. Gheddafi potrebbe dunque finire alla sbarra davanti ai giudici dell’Aja? La domanda richiede una risposta articolata.

Attacco ai civili
Il 27 giugno scorso, la Camera preliminare della Cpi, composta dai giudici Monageng (del Botswana), Steiner (brasiliana) e Tarfusser (italiano), ha accolto la richiesta formulata dal procuratore Luis Moreno-Ocampo il 16 maggio e ha emanato un mandato d’arresto per crimini contro l’umanità, precisamente per i crimini di omicidio volontario e persecuzione, nei confronti del leader libico, del suo secondogenito Saif Al-Islam e del capo dell’intelligence militare, nonché suo cognato, Abdullah Al-Senussi.

Secondo i giudici, vi sono fondati motivi per ritenere che Muammar Gheddafi, comandante in capo delle forze armate libiche, esercitando di fatto poteri assimilabili a quelli di capo dello Stato, ed il figlio, svolgendo in concreto le funzioni di primo ministro pur senza un’investitura formale, abbiano concepito e orchestrato un piano per impedire e soffocare con ogni mezzo le manifestazioni di protesta della popolazione civile contro il regime. Essi avrebbero anche contribuito in modo essenziale all’attuazione di tale piano, in particolare impartendo gli ordini e fornendo le risorse necessarie.

Sulla base delle prove presentate dal procuratore, la Camera preliminare ha ritenuto che vi siano fondati motivi per credere che, in esecuzione del suddetto piano, le forze di sicurezza libiche abbiano condotto un attacco esteso e sistematico contro i civili che manifestavano o erano percepiti come oppositori del regime, in tutto il paese e in particolare nelle città di Bengasi, Misurata e Tripoli, dal 15 febbraio fino ad almeno il 28 febbraio. In questo contesto, centinaia di civili sarebbero stati uccisi o feriti e altre centinaia rapiti o comunque arrestati e torturati in quanto oppositori politici o presunti tali.

Quanto ad Al-Senussi, secondo i giudici esistono fondati motivi per ritenere che, su ordine del leader libico, egli abbia dato attuazione al piano sopra indicato, a sua volta ordinando alle forze sotto il suo comando a Bengasi di attaccare i dimostranti. Quale capo dell’intelligence militare, Al-Senoussi non si sarebbe limitato ad eseguire l’ordine di Gheddafi, ma avrebbe avuto il potere di definire tempi e modalità dei crimini commessi nella città dal 15 febbraio fino ad almeno il 20 febbraio.

Va sottolineato che la Camera preliminare non ha stabilito la colpevolezza del colonnello, di suo figlio e di suo cognato, ma ha accertato soltanto l’esistenza di fondati motivi per credere che costoro si siano resi responsabili dei crimini di omicidio volontario e persecuzione: accertamento indispensabile per l’emanazione del mandato d’arresto. Sarà poi la Camera di primo grado a stabilire la colpevolezza o l’innocenza dei tre, se e quando saranno arrestati e consegnati alla Corte. La Cpi, infatti, non può celebrare processi in absentia.

Richiesta di arresto
La Camera preliminare ha ordinato alla Cancelleria della Corte di preparare e trasmettere una richiesta di arresto e consegna a: (1) le competenti autorità libiche; (2) tutti gli Stati parti dello Statuto della Cpi; (3) tutti gli Stati confinanti con la Libia; (4) tutti i membri del Consiglio di Sicurezza (Cds) che non siano parti dello Statuto; (5) ogni altro Stato a cui l’invio di tale richiesta possa essere necessario per assicurare il leader libico, suo figlio e Al-Senussi alla Corte.

Quanto alle competenti autorità libiche, il riferimento è sia al governo di Tripoli sia al Consiglio nazionale di transizione (Cnt). Nella risoluzione 1970 del 26 febbraio scorso, il Cds ha imposto alle autorità libiche di garantire una piena cooperazione e fornire tutta l’assistenza necessaria alla Corte e al procuratore (par. 5). Come era prevedibile, il ministro della giustizia di Tripoli Mohammed al-Qamoodi ha immediatamente respinto la richiesta. Al contrario, il Cnt ha manifestato la volontà di eseguire il mandato d’arresto. Secondo quanto dichiarato alla stampa dal ministro della giustizia del Cnt Mohammed al-Alagi, gli insorti starebbero organizzando una “squadra speciale” per catturare Gheddafi, una volta entrati a Tripoli.

Riguardo agli Stati parti dello Statuto della Cpi, essi sono obbligati ad eseguire ogni richiesta di arresto e consegna di individui presenti sul loro territorio, formulata dalla Corte (art. 89, par. 1). Quid per gli altri Stati? Nella risoluzione 1970 il Cds ha chiesto a tutti gli Stati di garantire una piena cooperazione con la Corte e il procuratore, pur riconoscendo che gli Stati che non sono parti dello Statuto non hanno alcun obbligo in base ad esso (par. 5). In forza della risoluzione, dunque, anche questi ultimi sarebbero tenuti ad arrestare e consegnare alla Corte il colonnello, suo figlio e suo cognato, qualora si rifugiassero sul loro territorio.

Piena cooperazione
Gli Stati confinanti con la Libia, ossia Algeria, Ciad, Egitto, Niger, Sudan e Tunisia, sono espressamente indicati come destinatari della richiesta di arresto e consegna, per il caso che i tre, fuggendo, entrino in questi paesi. Sono parti dello Statuto della Cpi solo Ciad, Niger e Tunisia, che vi ha aderito il 24 giugno scorso; mentre Algeria, Egitto e Sudan non ne sono parti.

In particolare, per quanto riguarda il Sudan, la Cpi ha emanato due mandati d’arresto nei confronti dello stesso presidente sudanese Omar Al Bashir, il primo il 4 marzo 2009 per crimini contro l’umanità e crimini di guerra e il secondo il 12 luglio 2010 per il crimine di genocidio, i quali tuttora non sono stati eseguiti. Non solo Al Bashir è ancora al potere, ma ha partecipato a summit e cerimonie in Stati (Ciad, Kenya e Gibuti) che sono parti dello Statuto e che pertanto avrebbero dovuto arrestarlo e consegnarlo alla Corte. Da ultimo, il 28 giugno scorso, egli si è recato a Pechino per colloqui con il presidente cinese Hu Jintao.

Peraltro, durante la diciassettesima sessione ordinaria dell’Assemblea dell’Unione africana, che si è svolta a Malabo (Guinea Equatoriale) il 30 giugno e 1 luglio scorsi, pare sia emerso un consenso tra i Capi di Stato e di governo degli Stati membri dell’Unione africana nel senso di ignorare la richiesta di arresto e consegna del leader libico.

Infine, le forze impegnate nell’intervento militare autorizzato dal Cds non hanno uno specifico obbligo di catturare Muammar Gheddafi, suo figlio e Al-Senussi e consegnarli alla Corte. Nella risoluzione 1973 del 17 marzo, il Cds si è limitato ad autorizzare l’adozione di tutte le misure necessarie per proteggere i civili e le aree da questi abitate sotto minaccia di attacco in Libia (par. 4). Ora, come ha sottolineato la Camera preliminare, l’arresto dei tre è necessario non solo per assicurarne la comparizione dinanzi alla Corte, ma anche per impedire che continuino a commettere i crimini di cui sono accusati nei confronti dei civili. Di conseguenza, un’operazione mirata, diretta alla loro cattura, sebbene non espressamente prevista, non sembra possa considerarsi contraria alla risoluzione.

Intanto, il procuratore prosegue le indagini sui crimini commessi sul territorio libico a partire dal 15 febbraio. Incontrando il primo ministro del Cnt Mahmoud Jibril il 29 giugno scorso, il procuratore ha dichiarato che la prossima fase delle indagini riguarderà i crimini di guerra che sarebbero stati commessi sia dalle forze fedeli al Rais sia dagli insorti, gli attacchi nei confronti di civili dell’Africa sub-sahariana scambiati dai ribelli per mercenari al soldo di Gheddafi e gli stupri di massa.

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