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Politica estera

Italia al punto di rottura

29 Giu 2011 - Silvio Fagiolo - Silvio Fagiolo

“Le luci si sono spente sull’Europa e la nostra generazione non le vedrà riaccendersi”. La frase malinconica che Sir Edward Grey, ministro degli esteri britannico, pronunciò allo scoppio della prima guerra mondiale potrebbe oggi essere ripresa riferendola alla politica estera dell’Italia? Molto è stato scritto e detto sulla collocazione del nostro paese nella nuova gerarchia internazionale, un catalogo di amarezze. Le ragioni sono profonde ed occorre analizzarle senza indulgenza, se è vero che in politica estera non c’è pietà senza spietatezza.

Perdita di identità
La fragilità della nostra politica estera discende innanzitutto dalla progressiva perdita di identità del nostro paese. È il senso della propria identità, ancor prima che gli interessi specifici e contingenti, ad orientare l’azione esterna di una nazione. Il rifiuto del gabinetto di guerra inglese, dopo la resa della Francia, dell’offerta di Hitler di una grande spartizione, alla Germania l’Europa, alla Gran Bretagna il mondo coloniale, attingeva ad una precisa concezione di sé, delle proprie tradizioni, del proprio onore.

In questi anni siamo declinati credendo di crescere, siamo discesi illudendoci di salire. Mentre la grande narrazione mediatico-politica ci collocava nelle sfere alte della graduatoria politica, per capacità di produzione di ricchezza e consumo, noi ci siamo accomodati sempre più stabilmente al fondo, tra gli ultimi, per coesione sociale e territoriale.

La modernizzazione è stata regressiva, una destrutturazione di antiche risorse materiali e spirituali. Una mattina, come Gregor Samsa, nel celebre racconto di Kafka, ci siamo guardati allo specchio e non ci siamo più riconosciuti? No, non c’è stato un evento disastroso e definitivo. È stata piuttosto una progressiva erosione che ha colpito alle radici i sentimenti morali che sorreggono la politica estera. Un moto lento, ma inesorabile, in atto da due decenni, dalla rottura della grande glaciazione che chiamavamo guerra fredda.

Lento degrado
Lungo è il lessico del degrado. A cominciare dalla disunità fattasi malattia collettiva (non si è smorzato il grido “secessione” sul prato di Pontida), ferita irrimediabile, solco che separa assumendo sembianze di volta in volta politiche, economiche, linguistiche.

Prendiamo poi la criminalità. Essa si intreccia sempre più con le grandi reti della malavita internazionale, radicandosi ed espandendosi dal Sud al Nord. È quasi un percorso a ritroso, la risalita della penisola in senso inverso a quello messo in moto dallo scoglio di Quarto.

Ma la competizione internazionale non si svolge oggi per la conquista del territorio degli altri, come nella lunga fase predatoria della storia europea. Si tratta invece di attrarre l’altrui ricchezza sul proprio territorio, in primo luogo attraverso gli investimenti. Ma chi investe in uno spazio nel quale la sovranità dello Stato è in vaste regioni così precaria, in perenne lotta contro le forze oscure della criminalità organizzata?

Nell’età della globalizzazione il nostro sistema delle imprese non ha indirizzato il profitto ai fini della modernizzazione dell’apparato produttivo e ad un adeguamento tecnologico, in modo da essere concorrenziali entro orizzonti sempre più vasti, secondo un principio cardine appena riaffermato dall’Unione europea. I profitti in Italia sono stati invece destinati a impieghi speculativi sui circuiti finanziari.

L’Italia è agli ultimi posti negli investimenti in ricerca e sviluppo, in quello che resta l’indicatore più sensibile della propensione alla innovazione, che avrebbe potuto ricollocarci nei punti forti del circuito globale. Come può il nostro sistema competere se esprime una cittadinanza europea alquanto inerte e passiva rispetto ad un mondo a scorrimento veloce, che esalta come mai finora la legge del più forte? Come possono emergere le forze nascoste se un familismo sociale, imperniato sulla centralità delle relazioni primarie, la parentela, i legami a breve raggio, prevale su ogni altro criterio di selezione?

Rancore
Un’Europa che si appresta, per difendere l’euro, a imporre ancor più rigorose regole di bilancio, ci vede immersi nell’area grigia dell’indebitamento. Che non è ancora quella della insolvenza, ma sufficiente a farci tornare segmento marginale in bilico insieme agli ultimi tra i primi e ai primi tra gli ultimi. Come possiamo mai sperare di colmare la voragine del debito pubblico con l’attuale livello di evasione fiscale? Per di più con un potere esecutivo che usa disinvoltamente l’espressione “mettere le mani nella tasche degli italiani”?

Come non possono osservare i nostri partner europei che tale modo di esprimersi tradisce la concezione del fisco come furto, nonché la vicinanza morale ai trasgressori? E come possiamo sperare di concorrere ad una Europa della difesa e della sicurezza, la grande sfida che gli Stati Uniti continuano a lanciare al vecchio continente (vedi il recente discorso di congedo del Segretario americano alla difesa Robert Gates), se le risorse destinate a questo scopo sono destinate ad assottigliarsi fino all’esaurimento?

Dall’indigenza e dalla inadeguatezza nasce il rancore, come avvenuto per gli sbarchi a Lampedusa. Rancore tanto più aggressivo quanto più esso viene ignorato dai nostri partner. Ci pervade il senso di un’ingiustizia subita, che sia l’immigrazione o le quote latte, con il ritorno all’invettiva contro l’Europa alimentata da umori fortemente locali. L’esercizio del potere preferisce far leva sulle emozioni piuttosto che sulla ragione. L’Europa ha reso l’Italia ancora più lunga, nel distacco tra Nord e Sud, a misura che cresce la logica degli egoismi e dei pregiudizi.

In questo soccorrono i sondaggi, anche essi un criterio di giudizio che si colloca al lato opposto di quel sentire identitario evocato all’inizio. I sondaggi rassomigliano sempre più ad un oracolo, stando all’uso abnorme che se ne fa anche in politica estera e al credito che gli viene attribuito fino a far dipendere da essi decisioni strategiche. Si tratta di una deresponsabilizzazione collettiva, all’insegna di un gradimento popolare reale o presunto elevato a legge suprema.

La ricchezza anche in questo caso ci ha impoverito, ci ha allontanato da quella modernità che detta le forme di vita e l’etica dei popoli europei. Ma senza quel patrimonio culturale ed emotivo uscito dalla memoria collettiva, quasi dissoltosi in questi anni, senza una auto-identificazione che gli italiani hanno pure avuto in momenti decisivi della loro storia (si pensi agli anni dopo la seconda guerra mondiale) nessuna politica estera di rango è possibile.

Palingenesi
In questo contesto inevitabilmente la politica estera finisce per fondarsi su retoriche elementari, emozioni che privilegiano l’immediatezza, senza differimenti progettuali, come sta accadendo ad es. nella strategia per uscire dalla crisi libica. Prevalgono il senso di appartenenza istantaneo e temporaneo, una politica estera istintiva, semplicistica, reattiva. Si moltiplicano, nelle relazioni esterne, i gestori locali del risentimento (abbiamo visto le reazioni al rifiuto comunitario di assisterci nella emergenza emigratoria).

Una logica che finisce per avere il territorio e la tribù, invece della nazione, come base della rivendicazione internazionale. Ma l’ira può dirigersi non solo contro Bruxelles, può ricadere verso bersagli più concreti, il profugo, il clandestino, lo straniero. La grande politica estera deve invece essere capace di guardare oltre l’immediato, di sottrarsi al dispotismo della attualità ed all’inerzia dell’esistente.

Non c’è allora più nulla che meriti la nostra speranza? Penso che l’Italia debba seguire un percorso di grande solitudine per uscire da una paralizzante disperazione. Un nuovo Risorgimento che sia innanzitutto una presa di coscienza, una palingenesi che in altri paesi, vedi anche in questo campo il modello Germania così spesso invocato, è accaduta per eventi traumatici non certo ripetibili né auspicabili. Ma l’ autoesame non dovrebbe essere inferiore per intensità al viaggio espiatorio cui ha saputo sottoporsi il popolo tedesco. Una nuova cittadinanza, non più inerte e passiva, una politica estera finalmente europea libera da tutti i pregiudizi e da tutte le oscure e complici eredità del passato.

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