IAI
Rapporto Sipri 2010

La scure della crisi sulle spese militari

28 Mag 2011 - Valerio Briani - Valerio Briani

La crisi finanziaria è arrivata a colpire anche il settore difesa. Il prestigioso Stockholm Peace Research Institute (Sipri) ha pubblicato i primi risultati dell’indagine sulla spesa globale per la difesa 2010: i dati indicano che la crisi ha spinto ad una diminuzione delle spese militari a livello globale, e confermano le tendenze emerse negli ultimi anni. I paesi emergenti mirano comunque a costruire forze armate all’altezza delle proprie ambizioni, mentre gli europei persistono nel considerare la difesa come uno strumento accessorio, e forse superfluo, tra quelli disponibili per la loro azione esterna.

Squilibri regionali
Il Sipri stima che le spese mondiali per la difesa siano ammontate a 1.630 miliardi di dollari, con un incremento dell’1,3%, in termini reali, rispetto al 2009. Tuttavia, questo aumento è dovuto quasi esclusivamente agli Stati Uniti, ai quali il Sipri ascrive ben 19,6 dei 20,6 miliardi dell’aumento registratosi tra il 2009 ed il 2010. Usa a parte, quindi, le spese per la difesa a livello globale sarebbero rimaste sostanzialmente invariate.

Considerato l’enorme deficit degli Stati Uniti, inoltre, è molto probabile che il bilancio americano subirà un drastico ridimensionamento nei prossimi due/tre anni. È evidente che la crisi economica e finanziaria ha cominciato a farsi sentire anche nel comparto difesa, rimasto finora al riparo dalle conseguenze della crisi grazie al carattere tendenzialmente anticiclico degli investimenti.

Dietro questo dato complessivo ci sono però rilevanti differenze regionali. In Sud America, ad esempio, si registra un aumento del 5,8% delle spese militari rispetto al 2009, anche in assenza di tensioni interstatali. Circa due terzi di questo aumento sono attribuibili al Brasile, che sta costruendo uno strumento militare all’altezza del ruolo che il paese intende giocare a livello globale. Da segnalare il crollo delle spese (-27%) del Venezuela di Chavez.

Anche il continente africano registra un aumento superiore al 5% rispetto al 2009. L’Africa rimane comunque un mercato marginale, con una spesa complessiva di circa 30 miliardi di dollari: se l’intero continente fosse un unico stato, non rientrerebbe neanche tra i dieci che spendono di più.

Modesti aumenti si fanno registrare in Asia e Oceania (1,4%) e in Medioriente (2,5%). In quest’ultima regione la crescita è trainata dall’Arabia saudita (ormai stabile al settimo posto nella graduatoria mondiale del Sipri), dall’Iraq, che è in piena ricostruzione, e dal Libano. Mancano, però, i dati riguardanti l’Iran, e sono di difficile interpretazione quelli di altri paesi (Egitto).

Per quanto riguarda l’Asia, si è registrato l’aumento più basso degli ultimi anni: la Cina ha espressamente collegato la riduzione nella crescita delle spese militari al tasso di crescita più debole. Il mercato indiano fa registrare addirittura un calo del 2,8%, anche se Nuova Delhi ha già lanciato una gara lucrosissima per l’acquisto di caccia di quarta generazione avanzata (in gara l’”europeo” Eurofigher ed il francese Rafale), che farà probabilmente lievitare le spese il prossimo anno.

Europa in ritirata
L’unico continente nel quale le spese militari nel 2010 sono diminuite rispetto all’anno precedente è l’Europa, che le ha complessivamente tagliate del 2,8%. Gran parte di questi tagli sono ascrivibili ai piccoli stati del centro e dell’est Europa in gravi difficoltà economiche, come Bulgaria ( -28%), Lituania (-26), Georgia (-25): anche Albania, Grecia, Ungheria, Lituania e Slovacchia hanno tagliato intorno al 10%. Tra i grandi paesi, l’Italia ha speso lo 0,3% in più, mentre Gran Bretagna (-0,8%), Francia (-8,4), Germania (-1,3) e Russia (-1,4) registrano tagli più o meno drastici.

La stagnazione della spesa europea per la difesa non è certo una novità. Tra il 2001 ed il 2010, le spese per la difesa nei paesi dell’Europa occidentale e centrale sono cresciute solo del 4,1%. Se si considera l’elevatissima inflazione tipica dei materiali di difesa, si tratta in realtà di una diminuzione di dimensioni rilevanti. Che si è verificata, per di più, in un decennio caratterizzato da un’impegnativa missione militare, quella in Afghanistan, e da una diffusa instabilità nello scacchiere mediterraneo e mediorientale, di importanza strategica per i paesi dell’Ue.

Il conflitto in Libia ha confermato che neanche i meglio equipaggiati tra gli europei – Gran Bretagna e Francia – sono in grado di condurre in modo autonomo un’operazione di grandi dimensioni, sia pure a pochi chilometri dai confini dell’Unione. Senza l’intervento della sesta flotta americana, che ha effettuato gran parte dei lanci di missili per la distruzione della difesa aerea libica, l’imposizione della no fly zone sarebbe stata impossibile. Più di dieci anni fa, nel 1999, l’Europa aveva dimostrato la stessa impotenza nel conflitto in Kosovo; e allora si era detto che bisognava reagire, e dotarsi delle capacità adeguate al ruolo che l’Europa voleva giocare nel mondo.

Occorre prendere atto che governi e opinioni pubbliche europee non sono disposti a investire neanche il 2% del Prodotto interno lordo per la difesa. I guadagni in efficienza e i risparmi che si possono ottenere grazie alle iniziative della Commissione europea per l’integrazione del mercato della difesa continentale non possono controbilanciare un livello di spesa così basso. A quanto pare, l’Europa crede fermamente alla teoria della “potenza civile” e del soft power come unico strumento di intervento esterno, e si avvia quindi verso la completa impotenza strategica.

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