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Giustizia internazionale

Impunità per Gheddafi?

7 Apr 2011 - Marina Mancini - Marina Mancini

La proposta dell’esilio per Muammar Gheddafi, avanzata dal ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, sembra aver ottenuto un generale consenso nella Conferenza di Londra sulla Libia del 29 marzo scorso. Secondo la stampa, diversi paesi in Africa e in America Latina sarebbero disposti a ospitare il Colonnello. Ma in cambio di cosa Gheddafi potrebbe accettare di prendere la via dell’esilio? Al termine della Conferenza di Londra, Frattini ha escluso che possa trattarsi di un “salvacondotto”, ovvero dell’immunità dalla giurisdizione della Corte penale internazionale (Cpi). La questione merita un chiarimento.

L’indagine contro il Colonnello
Il 26 febbraio scorso, con la risoluzione 1970, il Consiglio di sicurezza (Cds), agendo ai sensi del Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite (NU), ha sottoposto al Procuratore della Cpi la situazione determinatasi in Libia a partire dal 15 febbraio 2011 (par. 4).

Il 3 marzo, il Procuratore Luis Moreno-Ocampo ha annunciato di aver aperto un’indagine su eventuali crimini contro l’umanità commessi in Libia dalla data fissata nella risoluzione e ha dichiarato di aver già identificato gli episodi più gravi in cui le forze di sicurezza libiche avrebbero attaccato civili che manifestavano pacificamente, nonché alcuni individui che avrebbero avuto il controllo di dette forze e impartito loro gli ordini, tra cui Gheddafi e il ministro degli esteri Mousa Kousa (in seguito dimessosi e rifugiatosi nel Regno Unito).

In assenza del deferimento della situazione da parte del Cds, la Cpi non avrebbe giurisdizione sui crimini commessi da Gheddafi e i suoi accoliti in Libia, non essendo quest’ultima parte dello Statuto di Roma, con cui la Corte è stata istituita(1). Invece, quando la situazione è sottoposta al Procuratore dal Cds con una risoluzione adottata ai sensi del Capitolo VII della Carta dell’Onu. la Cpi può pronunciarsi sui crimini commessi sul territorio di qualsiasi Stato da chiunque.

Peraltro, al fine di evitare che cittadini di uno Stato non parte (come gli Stati Uniti), impegnati in operazioni istituite o autorizzate dalle Nazioni Unite sul suolo libico, possano essere investiti dalle indagini del Procuratore e processati dalla Cpi, nella risoluzione 1970 il Cds ha stabilito che questi siano soggetti alla giurisdizione esclusiva del proprio Stato per tutti gli atti e le omissioni inerenti dette operazioni, salvo che lo Stato in questione vi abbia espressamente rinunciato (par. 6).

Mandato d’arresto
Il 4 marzo, avendo Moreno Ocampo notificato il deferimento da parte del Consiglio di Sicurezza, la Presidenza della Cpi ha assegnato la situazione in Libia alla I Camera preliminare, composta dai giudici Tarfusser (italiano), Steiner (brasiliana) e Monageng (del Botswana).

Secondo lo Statuto di Roma, in qualsiasi momento successivo all’apertura di un’indagine, su richiesta del Procuratore la Camera preliminare può emanare un mandato d’arresto nei confronti di un individuo, se ritiene che (a) esistano fondati motivi per credere che egli abbia commesso un crimine rientrante nella giurisdizione della Corte e (b) il suo arresto sia necessario per garantire la sua presenza al processo, per evitare che egli ostacoli o pregiudichi l’indagine o il procedimento dinanzi alla Corte oppure per impedire che egli continui a commettere il crimine (art. 58, par. 1).

Il 24 marzo, in occasione di una visita al Cairo, Moreno-Ocampo ha dichiarato di essere certo «al cento per cento» che l’indagine aperta condurrà alla formulazione di un’accusa di crimini contro l’umanità nei confronti di Gheddafi e altri membri del regime e ha precisato che il suo team si sta concentrando su sei episodi di uccisioni di massa di civili da parte delle forze di sicurezza. Il Procuratore ha anche annunciato che una successiva indagine riguarderà le operazioni condotte dal regime contro gli insorti. Tale indagine avrà, dunque, ad oggetto gli eventuali crimini di guerra commessi nell’ambito del conflitto armato tra gli uomini del Colonnello e i ribelli.

Alla luce di tutto ciò, l’emanazione di un mandato d’arresto nei confronti di Gheddafi appare tutt’altro che remota. Quali sarebbero le conseguenze?

In virtù dello Statuto della Cpi, ogni Stato che lo ha ratificato o vi ha aderito (Stato parte) è obbligato a cooperare pienamente con la Cpi sia nelle indagini sia durante il processo (art. 86). In particolare, deve eseguire la richiesta di arresto e consegna di un individuo presente sul suo territorio, formulata dalla Corte sulla base di un mandato d’arresto precedentemente emesso (art. 89, par. 1). Di fronte ad una tale richiesta, uno Stato parte che ospitasse Gheddafi sarebbe tenuto ad arrestarlo e consegnarlo alla Cpi.

Quanto agli Stati non parti, nella risoluzione 1970 il Cds ha chiesto a tutti gli Stati («urges all States») di garantire una piena cooperazione con la Corte e con il Procuratore, pur riconoscendo che gli Stati non parti non hanno alcun obbligo in base allo Statuto (par. 5). In forza della risoluzione, pertanto, anche uno Stato non parte che accogliesse il leader libico dovrebbe procedere al suo arresto e alla sua consegna alla Cpi, ove ne fosse da questa richiesto sulla base di un mandato d’arresto.

Il 30 marzo, il portavoce del Presidente ugandese Yoweri Museveni ha dichiarato che Gheddafi sarebbe il benvenuto in Uganda. Quest’ultima è parte dello Statuto di Roma. Va ricordato che nel dicembre 2003 il Procuratore della Cpi ha aperto un’indagine sui crimini commessi dai ribelli del Lord’s Resistance Army sul territorio ugandese. Inoltre, nella capitale Kampala, dal 31 maggio all’11 giugno 2010, si è svolta la prima Conferenza di revisione dello Statuto della Cpi.

Se davvero l’Uganda desse ospitalità a Gheddafi e si rifiutasse di consegnarlo alla Corte, nonostante un mandato d’arresto, non solo violerebbe l’obbligo di cooperazione, ma lederebbe gravemente la percezione comune della giustizia penale internazionale, alimentando l’impressione che si possa sostenere o ostacolare l’azione della Cpi a seconda delle contingenze.

Se l’Onu ferma l’indagine
Il Consiglio di sicurezza dell’Onu potrebbe però imporre uno “stop” temporaneo alle indagini e all’emanazione di un mandato d’arresto nei confronti di Gheddafi. In virtù dell’art. 16 dello Statuto di Roma, nessuna indagine e nessun procedimento può avere inizio o proseguire nei dodici mesi successivi alla data in cui il Cds abbia formulato una richiesta in questo senso alla Corte, con una risoluzione adottata ai sensi del Capitolo VII della Carta dell’Onu. Allo scadere dei dodici mesi, la richiesta può essere rinnovata con le stesse modalità.

Al fine di favorire una soluzione diplomatica della crisi libica, il Cds potrebbe decidere di sospendere la giurisdizione della Cpi sulla situazione in Libia o specificamente nei confronti del Colonnello. Si tratterebbe, tuttavia, di una sospensione soltanto di un anno, che il Cds dovrebbe premurarsi di rinnovare ogni volta alla scadenza. Di fatto, potrebbe rivelarsi difficile raggiungere la maggioranza necessaria alla formulazione della richiesta o al suo rinnovo, essendo sufficiente il veto di un solo membro permanente a bloccare l’adozione della relativa risoluzione.

Sotto processo in Libia?
Infine, occorre ricordare che la giurisdizione della Cpi è complementare a quella dei tribunali nazionali. Secondo lo Statuto, la Corte deve dichiarare un caso inammissibile, quando questo è oggetto di un’indagine o di un procedimento da parte di uno Stato che abbia giurisdizione, tranne che detto Stato non intenda o non sia in grado realmente di svolgere l’indagine ed esercitare l’azione penale (art. 17, par. 1, lett. a).

Nel caso in cui risultassero vittoriosi, gli insorti potrebbero voler far processare Gheddafi da un tribunale interno. Qualora i magistrati della “nuova” Libia iniziassero un’indagine nei confronti del Colonnello, la Cpi dovrebbe dichiarare il caso inammissibile, salvo ritenerli non in grado di catturarlo, di raccogliere le prove necessarie contro di lui o comunque di portare a compimento il procedimento.

(1) Infatti, quando il Procuratore agisce di sua iniziativa o in seguito al deferimento della situazione da parte di uno Stato contraente, la Cpi può pronunciarsi soltanto se i crimini siano stati commessi: 1) sul territorio di uno Stato parte o 2) dai cittadini di uno Stato parte o 3) sul territorio di uno Stato non parte che, con riguardo ad un dato caso, abbia accettato la giurisdizione della Corte o 4) dai cittadini di uno Stato non parte che abbia effettuato la suddetta accettazione di giurisdizione.

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Vedi inoltre:

Se l’Unione Africana si oppone all’arresto del dittatore del Sudan di Stefano Cera