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Ue sempre più a guida tedesca

La crisi dell’euro e il gioco d’azzardo della Merkel

29 Nov 2010 - Silvio Fagiolo - Silvio Fagiolo

L’Unione Europea riprende il largo. Sospinta dalla crisi, lascia gli approdi provvisori del Trattato di Lisbona per nuovi orizzonti. Potrebbe miseramente naufragare o invece uscire completamente diversa dalla tempesta economica e finanziaria che la attraversa. Di certo c’è che si profila un’Europa sempre più a guida tedesca. Muta la gerarchia dei paesi membri come non avvenuto nemmeno dopo la caduta del muro e la riunificazione della Germania. Ed è proprio la Germania a dettare modi e tempi dell’integrazione senza le remore ed i pudori del passato. Semmai dissimula la propria egemonia dietro la vocazione unificante che fu già, sul piano nazionale, della Prussia o del Piemonte. L’etica dura, protestante della cancelliera tedesca Angela Merkel non ha le compassioni e cedevolezze della cultura renana dei suoi predecessori alla guida dell’azionista di riferimento della costruzione europea.

Passaggio storico
Intorno all’euro la Merkel introduce una diversa gerarchia, talvolta con un gioco di azzardo che non sarebbe dispiaciuto ai promotori di quelle scalate al cielo che hanno accompagnato la storia della Germania. Forse la proustiana Deauville, cittadina francese dove a metà ottobre la Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy hanno annunciato alcune linee della riforma del Patto di Stabilità dell’Ue, è anche un luogo per la ricerca del tempo perduto. La solitaria determinazione della Merkel può fare dell’euro lo strumento non solo della ricongiunzione tedesca, ma anche di un ricongiungimento dell’Europa. Oppure segnare il tramonto della sola utopia del ventesimo secolo sopravvissuta in quello successivo.

È ormai intorno al perimetro ristretto dei paesi della moneta unica, come ha ricordato il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, che si decide il destino dell’Unione. Così la crisi attuale assume quasi il valore catartico che fu per la federazione americana la guerra civile. Ed ancora una volta l’identità del continente va pensata e costruita non contro un egemonismo esterno (ieri l’Unione Sovietica, oggi gli Stati Uniti), bensì contro calcoli troppo immediati di profitti e perdite,contro subitanee debolezze d’animo.

Confini dell’euro
L’area monetaria europea è troppo integrata perché gli squilibri interni di uno Stato membro non trovino corrispondenza in un altro punto dell’Unione. Le banche di un paese sono vulnerabili al rischio di default in un paese vicino. La crisi disvela interdipendenze fino a ieri neglette. Il futuro delle imprese tedesche sarebbe compromesso da un mercato interno europeo in disfacimento, dall’autunno della finanza irlandese, dalla vulnerabilità portoghese.

Ecco che allora, all’improvviso e non senza molte ambiguità, i governi scoprono che sono andati troppo avanti nella realizzazione dell’utopia comunitaria per indugiare ancora sulle loro sovranità invalicabili. Una coscienza federale ancora incipiente impone la riduzione drastica dei poteri attribuiti nominalmente agli Stati a vantaggio di una sovranità limitata liberamente consentita.

Nell’Europa incompiuta l’effetto domino dei dissesti finanziari resta altrimenti possibile, ove ogni stato non torni a politiche finanziarie sostenibili. Le difficoltà nazionali andrebbero trattate come squilibri locali, la ricerca di una loro realistica soluzione andrebbe assunta a livello europeo. Da tutto questo sono scaturite, con rapidità senza precedenti, il rafforzamento delle politiche di bilancio, la riforma della vigilanza europea nei mercati finanziari, il varo dei meccanismi di prevenzione e sostegno, in particolare il fondo per la stabilità, il cui compito è offrire ai paesi in difficoltà prestiti garantiti.

Momento della verità
Ma proprio il grado di avanzamento dell’integrazione economica (qui, come nella mitologia greca, gli dei puniscono gli uomini realizzandone i desideri oltre ogni aspettativa), rivela la insufficienza anche delle misure sin qui adottate. Si apre allora una nuova pagina sul futuro, che conoscerà nel Consiglio europeo di metà dicembre un passaggio cruciale.

La Germania invoca meccanismi estremi che ricordano quelli della dissuasione nucleare. Non basta prescrivere norme di condotta in materia di finanza virtuosa. Sono necessarie sanzioni severe. La loro credibilità, appunto come nella deterrenza, poggia sulla loro applicabilità reale in caso di comportamento trasgressivo dei governi e degli Stati. È utile ricordare che la democrazia tedesca comincia nel 1948 con la preferenza accordata a una economia stabile e prevedibile e con l’umile devozione verso un segno monetario non manipolabile dal potere politico.

A Deauville la Merkel ha concesso che eventuali sanzioni pecuniarie in caso di sforamenti di bilancio o di debito non fossero automatiche, bensì subordinate ad una approvazione del Consiglio. Nel meccanismo sanzionatorio le proposte della Commissione resterebbero in piedi a meno che una maggioranza qualificata non le respinga. La Germania ha ottenuto in cambio che entro il 2013 l’Europa appronti un meccanismo per la gestione ordinata di un fallimento sovrano, elimini quello che viene definito correntemente un moral hazard, aprendo la strada all’insolvenza di un paese. I paesi inadempienti pagheranno un interesse più forte e i privati saranno chiamati a condividere le perdite per il loro impegno nel debito sovrano.

Riformare i trattati
Anche se quest’ultima proposta tedesca, che ha suscitato quasi unanimi reazioni negative, è stata poi relativizzata, essa resta fra le priorità di Berlino. Un meccanismo permanente dovrebbe proteggere i soci virtuosi dall’inaffidabilità dei reprobi, con l’eventualità di privare i secondi del diritto di voto in Consiglio.

Non è quest’ultima un’eventualità estranea alla logica dei Trattati. Già il Trattato di Amsterdam ne aveva sanzionato la liceità in caso di grave e permanente violazione dei diritti fondamentali ad opera di uno Stato membro. La inaffidabilità economica e monetaria non può del resto non assumere sembianze anche etiche per un paese come la Germania, che aveva ancorato la sua democrazia al marco, sottraendolo alle mutevoli manovre della politica. L’Europa crescerebbe non solo per addizione, come avvenuto finora, ma anche per sottrazione, con amputazioni non indolori.

L’ultima novità concerne infine la riforma dei trattati, che ancora una volta la Germania impone nonostante l’esperienza del lungo calvario della Costituzione e del Trattato di Lisbona. Il Presidente del Consiglio europeo propone infatti di ricorrere ad una revisione semplificata, attingendo a quella che è forse la maggiore novità del Trattato di Lisbona, la flessibilità nella sua evoluzione istituzionale.

Per la riscrittura saranno sufficienti una decisione unanime del Consiglio europeo, previo parere del Parlamento, e il suo recepimento negli ordinamenti degli Stati membri. Sarebbe stato forse ancora più rapido fare delle riforme un caso di cooperazioni rafforzate fra i partecipi della moneta unica. Ma la Germania, ancora una volta la Germania, esige la revisione dei trattati anche per tutelarsi meglio nei confronti di possibili impugnazioni nazionali presso la propria Corte Costituzionale.

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Vedi anche:

F. Niglia: Germania capoclasse dell’Europa