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Allargamento Ue

L’ombra della Grecia sui Balcani occidentali

4 Giu 2010 - Miodrag Lekic - Miodrag Lekic

Almeno per il numero e il livello dei partecipanti, la conferenza Unione europea-Balcani occidentali che si è tenuta il 2 giugno a Sarajevo può essere considerata un successo. Erano infatti presenti quasi tutti i 27 ministri degli Affari Esteri dei paesi membri della Ue (qualcuno è stato rappresentato da un viceministro), i delegati dei paesi dei Balcani occidentali, l’Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza della Ue, Catherine Ashton, il Commissario per l’allargamento Štefan Fűle, rappresentanti degli Usa, Russia, Turchia, Osce, Nato per un totale di quarantotto delegazioni.

Acrobazie diplomatiche sul Kosovo
È stato considerato un successo anche essere riusciti a far sedere intorno ad uno stesso tavolo i delegati della Serbia e del Kosovo, anche se solo grazie ad una serie di acrobazie protocollari. A differenza di quanto era successo in occasione di una precedente conferenza dei paesi balcanici, che si era tentato di riunire a Brdo in Slovenia e che era finita in un fallimento proprio per motivi protocollari, questa volta a Sarajevo si è trovato il format diplomatico adeguato, con la soluzione della “riunione informale” dei ministri degli Esteri europei. Sul tavolo intorno cui erano riuniti i delegati sono comparsi solo i nomi dei partecipanti, senza alcuna indicazione dello Stato o della funzione.

È stata inoltre accettata la richiesta serba che il ministro degli Esteri kosovaro parlasse in veste di membro della delegazione della missione Onu in Kosovo (Unmik) e dopo l’intervento del capo-delegazione, l’ambasciatore Alberto Zanieri: una formula in linea con la risoluzione 1244 dell’Onu che è stata ben accolta non solo dalla Serbia ma anche dai paesi Ue che non hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, tra cui la Spagna, principale organizzatrice della conferenza di Sarajevo in quanto detentrice della Presidenza semestrale della Ue. La conferenza ha così assunto un carattere informale, che ha però avuto un riflesso negativo, poiché ha contribuito a renderne l’esito poco incisivo, anzi piuttosto vago.

Ma non è stato solo il carattere informale dell’incontro ad impedire che venissero presi impegni di una qualche portata. Nell’attuale situazione europea era difficile immaginare che anche paesi più aperti all’integrazione dei popoli balcanici e che hanno interessi strategici nella regione, come la Spagna e l’Italia, potessero ricevere un mandato chiaro per aprire una prospettiva concreta di ulteriore allargamento dell’Ue.

Spettro Grecia
Non è stato certamente un momento ideale per lo svolgimento di una conferenza di questo tipo: la Ue sta attraversando una delle più gravi crisi dalla sua nascita, e dopo anni di successi e di retorica ottimista, la crisi economica e istituzionale impone domande anche dolorose: “Un’Ue più grande è forse più debole?”; “Si è forse allargata troppo per poter sopravvivere?”. La crisi ha ispirato anche un certo “revisionismo” verso la politica di allargamento degli anni scorsi, riaprendo vecchi dilemmi: se l’allargamento sia stato troppo veloce o se i criteri di ammissione adottati siano stati rispettati puntualmente.

In alcune occasioni, in effetti, l’allargamento dell’Ue ha seguito prevalentemente criteri geopolitici e di realpolitik. Il maxi-allargamento del 2004, che ha coinvolto ben dieci paesi, si è realizzato nel quadro degli interessi politico-strategici occidentali che richiedevano un loro ingresso anche nella Nato. Un criterio simile è stato adottato nel 2007 per facilitare l’ingresso della Romania e della Bulgaria. Ma anche in precedenza erano state fatte eccezioni, per “casi particolari”, ai criteri allora vigenti di natura economica. Così nel 1981, quando si discuteva dell’ingresso della Grecia nella Comunità europea, il Presidente francese Giscard d’Estaing aveva fatto pesare il grande debito culturale che l’Europa moderna ha nei riguardi della Grecia classica:” Come possiamo dire di no a Platone?”.

Proprio la Grecia era lo spettro che si aggirava nei corridoi della Conferenza di Sarajevo. I paesi europei che sono scettici sull’ulteriore allargamento della Ue temono che altri casi analoghi alla Grecia possano verificarsi nei Balcani. Ma anche i candidati all’allargamento hanno vissuto in modo traumatico la crisi greca. Avendo sempre coltivato un’immagine piuttosto idealizzata dell’Unione europea, hanno scoperto con allarme che anche un paese Ue può fallire (o è esposto a questo rischio). D’altra parte tutti sono stati costretti a valutare le conseguenze di un possibile crollo finanziario della Grecia. Alcuni paesi, come la Serbia, che contava ben quattro banche con capitali a maggioranza greca, hanno dovuto organizzare comitati di crisi per monitorare la situazione. Va però anche aggiunto che il piano di “salvataggio” europeo della Grecia ha allontanato, anche per i paesi balcanici, il pericolo di perdite economiche.

Strada in salita
La Conferenza aveva anche lo scopo di fare un bilancio della politica di allargamento dell’Ue all’area balcanica a dieci anni dallo storico summit di Zagabria del 2000 in cui si diede formalmente via al processo. In realtà già il 3 giugno del 1999, negli ultimi giorni della guerra del Kosovo – in cui la Ue non aveva avuto praticamente alcun ruolo – era stata aperta una prima prospettiva di integrazione dei Balcani con l’adozione del “Patto di stabilità e processo di stabilizzazione e associazione”. Un ulteriore impulso al processo di integrazione dell’area era stato dato con l’approvazione nel 2003 della “dichiarazione di Salonicco”, che doveva costituire il nuovo faro della prospettiva europea.

Anche se non si possono negare i risultati raggiunti nel processo di stabilizzazione e associazione, il rapporto fra Ue e Balcani occidentali non ha ancora trovato uno sbocco ben definito, come dimostrano anche gli esiti della Conferenza di Sarajevo.

In ogni caso, anche indipendentemente dall’attuale crisi europea, resta da chiarire se la Ue da sola abbia capacità sufficienti per portare a compimento la stabilizzazione e integrazione della regione e quale ruolo possano svolgervi gli Stati Uniti, ma anche la Turchia e la Russia, ambedue presenti nell’area.

Tre giorni prima dell’apertura della Conferenza di Sarajevo, il quotidiano britannico The Guardian ha pubblicato una lettera aperta firmata dal Segretario di Stato Usa Hillary Clinton, dall’Alto rappresentante per la politica estera della Ue, Catherine Ashton e dal ministro degli Affari Esteri spagnolo, Miguel Angel Moratinos, dal titolo “The Balkans deserve this”. Il punto centrale del testo sta nella riproposizione di una promessa fatta circa un anno fa dal vicepresidente americano Joe Biden e dall’allora Rappresentante Ue per la politica estera Javier Solana: ”Le porte delle istituzioni euro-atlantiche restano aperte per i paesi balcanici”. Per il momento però il processo di integrazione nella Nato – in cui sono già entrate Albania e Croazia – registra maggiori progressi di quello nelle istituzioni europee.

I Balcani occidentali risentono ancora oggi della pesante eredità delle guerre che hanno insanguinato la regione negli anni novanta del XX secolo, impoverendola in modo drammatico. Ma è altrettanto vero che negli ultimi dieci anni, dalla conferenza di Zagabria a quella di Sarajevo, i paesi balcanici hanno fatto notevoli progressi in vari settori. Inoltre, hanno in totale una popolazione più o meno equivalente a quella della Romania, non tale, quindi, da sottoporre la “capacità di assorbimento” dell’Ue a uno stress eccessivo. Ma è evidente che le indecisioni dell’Ue e la sua difficoltà a definire un percorso più preciso per l’integrazione dei Balcani dipendono in gran parte dalla crisi interna da cui è oggi afflitta e dalla mancanza di una visione più chiara del suo futuro.

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Vedi anche:

A. Cellino: Balcani occidentali in mezzo al guado .