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Elezioni in Cile

Miliardari al governo

20 Gen 2010 - Giovanni Casa - Giovanni Casa

Il successo del candidato delle destre, Sebastián Piñera, nel ballottaggio delle presidenziali cilene non segna solo un’alternanza politica, ma sancisce la fine di un’era. L’ultima vittoria della destra in un contesto democratico risale infatti al lontano 1958, quando le elezioni presidenziali furono vinte da Jorge Alessandri. Dopo la dittatura del generale Augusto Pinochet (1973-1990), la coalizione di centrosinistra “Concertazione”, formata da cristiano democratici, Partito per la democrazia, socialisti e radical-socialdemocratici, si era imposta in tutte e quattro le elezioni presidenziali succedutesi in un arco di circa 20 anni, garantendo al paese una lunga fase di stabilità politica e crescita economica.

Fine di un’epoca
In queste ultime presidenziali la maggioranza si è presentata con divisioni e lacerazioni, mentre le destre, superando i contrasti del passato, sono confluite su una candidatura unitaria, sotto l’insegna “Coalizione per il cambiamento”, un’alleanza comprendente Rinnovamento nazionale (il partito del presidente eletto, di destra moderata), Unione democratica indipendente (punto di riferimento per i sostenitori del precedente regime) e gruppi minori.

Va ricordato, infatti, che la scelta del senatore cristiano-democratico Eduardo Frei, ex presidente (1994-2000), aveva diviso il centrosinistra, portando un giovane deputato socialista, Marco Enríquez-Ominami, a uscire dal partito e a presentarsi come indipendente. Il buon risultato ottenuto al primo turno da Enríquez-Ominami (20,1%) grazie anche a una campagna di aspra polemica verso le forze politiche tradizionali, con toni anti-establishment, aveva già evidenziato come per “Concertazione” la strada fosse tutta in salita. Una fetta di elettorato che aveva sostenuto al primo turno il dissidente socialista ha poi evidentemente votato per Piñera, favorendone la vittoria al ballottaggio (51,6% contro 48,4%). Peraltro già nelle amministrative del 2008 la coalizione di centrosinistra era stata superata, per la prima volta, dal cartello delle destre.

Corsa al centro
Piñera si è sforzato di spostare verso il centro l’asse della sua coalizione, isolando le componenti più compromesse con la passata dittatura e negando di voler smantellare la politica economica – basata sul modello dell’economia sociale di mercato – che ha caratterizzato i governi degli ultimi 20 anni, durante i quali la povertà è stata ridotta dal 38% al 14%.

Già senatore (1990-1998) e candidato sconfitto da Michelle Bachelet nelle precedenti presidenziali, Piñera ha 60 anni ed è uno degli uomini più ricchi del paese. Del suo “impero” fanno parte, tra l’altro, quote rilevanti di azioni della Lan, la compagnia aerea cilena, dell’emittente televisiva Chilevisión e della squadra di calcio Colo Colo. In campagna elettorale ha promesso una crescita del 6%, dopo la contrazione dovuta alla crisi internazionale (-1,6%), un milione di posti di lavoro (la disoccupazione è al 9,7%) e una lotta senza quartiere alla criminalità. La capacità di mantenere o meno queste promesse dipenderà non poco dall’evoluzione del prezzo del rame, che pesa per oltre il 50% nelle esportazioni.

Dopo il voto Piñera ha fatto dichiarazioni concilianti, lanciando un appello per l’unità nazionale. È un segno della maturità della democrazia cilena che sta attraversando una fase che ricorda il passaggio in Spagna dai socialisti di Felipe González ai popolari di José María Aznar. Ma la cautela del neoletto presidente è anche dettata dall’esito delle contemporanee elezioni politiche. Al Senato, la coalizione di centrosinistra “Concertazione” ha addirittura la maggioranza, anche se risicata (19 a 16), mentre alla Camera la “Coalizione per il cambiamento” di Piñera ha ottenuto 58 seggi su 120 e per arrivare alla maggioranza deve appoggiarsi sulla piccola pattuglia degli indipendenti.

Già dalla formazione del governo e dal modo in cui verrà applicato lo spoil system si vedrà come sarà declinata questa linea di apertura. Va infatti tenuto presente che il regime presidenziale cileno attribuisce al capo dello Stato non solo la guida dell’esecutivo, ma anche un ruolo rilevante nelle nomine della macchina pubblica. Alla vigilia del voto, il maggiore quotidiano del paese ha pubblicato un’analisi dei poteri del presidente, elencando le cariche da rinnovare: oltre 1.300 tra ministri, sottosegretari, ambasciatori, rappresentanti negli organismi internazionali e responsabili degli enti locali (in Cile, infatti, i presidenti di regione e di provincia sono di nomina presidenziale), più circa 850 dirigenti di alto livello nella pubblica amministrazione che il presidente può designare o rimuovere.

Riallineamento in politica estera
Sul fronte internazionale, è da attendersi un riallineamento della politica estera di Santiago nel contesto latinoamericano. Bachelet aveva tenuto il paese in una posizione di equilibrio, lontano sia dall’asse anti-americano (Venezuela, Bolivia, Nicaragua etc.) sia dai fiancheggiatori degli Usa (Colombia, Perú, Messico). Si può presumere che Piñera orienterà la politica estera più verso il secondo polo, anche se la posizione geografica spinge in primo luogo a rafforzare i legami con l’area del Pacifico.

Il maggior contenzioso che il nuovo presidente eredita è quello con il confinante Perú, retaggio di un conflitto dell’Ottocento. Dal 1879 al 1884 il Cile combatté quella che è passata alla storia come la “Guerra del Pacifico” contro un’alleanza tra Perú e Bolivia per il controllo di un territorio ricco di minerali. Secondo Lima, i trattati siglati dopo la guerra non hanno mai definito i confini marittimi. La Bolivia, dal canto suo, rivendica una striscia di terra che la collegherebbe al mare.

Due anni fa, il Perú aveva investito della questione la Corte di giustizia internazionale dell’Aja, una decisione che aveva riaperto la disputa diplomatica. Il governo cileno aveva reagito, richiamando l’ambasciatore per consultazioni (a marzo presenterà una contromemoria alla Corte del’Aja). Nuove tensioni si sono avute alla fine dello scorso anno. La magistratura peruviana ha ordinato l’arresto di due militari cileni, accusandoli di aver pagato un ufficiale della Marina di Lima per ottenere informazioni segrete. Le forze armate cilene hanno poi effettuato nel deserto di Atacama un’esercitazione insieme a militari di Usa, Francia, Argentina e Brasile che simulava la risposta a un attacco da Nord.

Va aggiunto che il principale quotidiano peruviano ha pubblicato di recente un allarmato editoriale, sottolineando il rischio derivante per il paese dall’imminente lancio del satellite cileno Ssot, di fabbricazione francese, dal centro aerospaziale di Kourou (Guayana francese). Il satellite, che sarà controllato da una base a 15 km da Santiago, darebbe al Cile, paventa il quotidiano, “la supremazia militare regionale definitiva”. Il presidente eletto, che si insedierà l’11 marzo, ha però promesso di migliorare i rapporti bilaterali. A 200 anni dall’inizio del processo di indipendenza dalla Spagna, questa è solo una delle tante sfide che attende il “presidente del Bicentenario”.

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G. Casa: La scommessa di Uribe

M. Del Pero, L. Zanatta: Obama e il dilemma venezuelano