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Germania al voto

I nuovi orizzonti della politica estera tedesca

21 Set 2009 - Silvio Fagiolo - Silvio Fagiolo

Il voto in Germania di domenica prossima sarà un’ennesima tappa, forse l’ultima, verso il recupero di quella “normalità” che è la principale aspirazione del paese dalla caduta del muro. Una normalità che si esprime innanzitutto nella frammentazione del quadro politico interno e in un più ampio spettro di opzioni in politica estera. Persino la recente sentenza della Corte costituzionale tedesca sul Trattato di Lisbona può essere il segno di una definitiva espiazione e del recupero di una sovranità non più gravata da una storia dolorosa.

Berlino non si pone più come epicentro della piccola Europa che aveva il Reno come simbolo di un sistema di relazioni sociali e processi produttivi. La Germania di oggi sembra invece pensarsi all’interno di un’Europa più vasta, che ad Oriente si estende fino alle cupole dorate del Cremlino e segna lo spostamento geopolitico più rilevante di questo scorcio del ventunesimo secolo. Una Germania, insomma, non più come una grande Svizzera ai margini dell’Occidente.

La riscoperta dello Stato come strumento di coesione
Le elezioni coincidono con la conclusione del rifacimento urbanistico di Berlino , che è anche il completamento di una ricerca di identità, con un presente civile ed affascinante. Un potere, quello tedesco, ben espresso dal cancelliere uscente, Angela Merkel, che rifugge da ogni esibizionismo, una ricchezza che resta improntata a sobrietà, magari anche al prezzo di una certa mancanza di immaginazione. È dunque questa la Germania che si accinge ad eleggere un nuovo Parlamento.

Vedremo come la crisi economica e finanziaria peserà sulle scelte degli elettori. Una prima conseguenza è stata lo spostamento verso il centro dei programmi elettorali di quei partiti che avevano espresso in passato una fiducia pressoché illimitata nelle capacità di autoregolamentazione del mercato e un’avversione ad ogni intervento dello Stato in economia. Lo Stato ritorna ad essere lo strumento della coesione in un paese a rischio di disgregazione, anche perché il divario tra le due Germanie di ieri torna a farsi sentire in un clima di crisi generalizzata. Lo Stato ridiviene strumento identitario di fronte ad un modello che ha trascinato il capitalismo sull’orlo del baratro. L’intervento pubblico deve sostenere famiglie e comunità come garanzia contro la nascita di buchi neri nella società civile.

Di qui, già prima del voto, alcune conseguenze. Il partito di maggioranza relativa, l’Unione cristiano-democratica (Cdu), ha dovuto rinunciare a progetti più ambiziosi di promozione del mercato e della concorrenza, rendendo più difficile la convergenza con i liberali della Fdp, da sempre i principali fautori di uno Stato minimo. La grande coalizione tra la Cdu e il partito socialdemocratico (Spd) ha garantito la pace sociale, ma interrotto quel processo di riforme interne che il cancelliere socialdemocratico Schroeder aveva avviato. Una coalizione di centrodestra tra la Cdu e la Fdp, che pure la Merkel ha presentato come la soluzione ideale, suscita diffidenza nell’elettorato e potrebbe quindi non avere i numeri nel nuovo Parlamento. Tanto più che la sinistra estrema, Die Linke, come hanno indicato le ultime elezioni nella Saar, in Turingia e in Sassonia, si presenta come la vera alternativa alla deriva centrista degli altri partiti, riducendo ancora di più i margini già esigui della Spd. Le coalizioni di governo alternative restano pertanto due: il centrodestra di cristianodemocratici e liberali; oppure la grande coalizione dei primi con i socialdemocratici.

L’ipotesi di un ritorno della grande coalizione, data fino a ieri come remota, sta tornando in auge, nonostante le dichiarazioni contrarie dei due partiti alla vigilia del voto. Anche perché il gradimento personale della Signora Merkel, che resta alto, non si trasferisce sul suo partito e potrebbe non assicurare quel margine sufficiente a sostenere opzioni diverse dalla grande coalizione.

La tentazione del “grande gioco”
La Germania è attesa alla prova di scelte di politica estera rimaste, in parte, in sospeso. La sua ritrovata normalità continuerà a manifestarsi in un diverso atteggiamento verso i principali poli di riferimento della sua azione esterna. La Germania con la quale dovremo convivere nel prossimo futuro potrà giocare su un numero molto maggiore di tavoli rispetto al passato.

Quale che sia la coalizione al potere, è difficile che il governo di Berlino assecondi il protagonismo del presidente francese Sarkozy e le accelerazioni in seno all’Europa. Tanto più che il minore dei dioscuri cristianodemocratici, il partito bavarese (Csu), cerca una propria identità proprio prendendo le distanze dall’Europa.

L’Europa vista da Monaco non è più quella delle ambizioni golliste della Germania del bavarese Strauss. Viene bensì ricondotta alle sue dimensioni regionali, diffidente di ogni sovranità condivisa. Un’Europa che di De Gaulle non avrebbe certo la severa grandezza, la superba maestà, il corrusco profetismo tanto necessari in questa stagione di transizione degli equilibri internazionali. La Germania si vuole ora speculare alla Francia, non più diversa, non complice né subalterna, come era stata ancora la Germania di Schroeder. Tuttavia un nuovo governo tedesco potrebbe, dopo l’entrata in vigore del trattato di Lisbona, essere incoraggiato a cogliere gli elementi dinamici che pure sono contenuti nell’aggiornamento costituzionale dell’Unione. Soprattutto per conferire all’Europa un ruolo da protagonista nella ricerca di un’uscita non traumatica dalla crisi economica e finanziaria.

La Germania torna ad essere tentata, soprattutto con un’Ue debole, dal “grande gioco” con una Russia semiautoritaria che non rinuncia a far valere la leva energetica. Una grande coalizione riproporrebbe, sulla scia dell’ultimo cancelliere socialdemocratico Schroeder, una progettazione del futuro russo affidata alla tecnologia tedesca, tesi che aveva affascinato le classi politiche dei due paesi anche oltre il rogo della prima guerra mondiale, fino agli esordi della repubblica di Weimar. Una Germania guidata dai due maggiori partiti è sembrata talvolta persino smarrire il suo usuale vocabolario di libertà, come lo smarrì la socialdemocrazia tedesca dinanzi alle priorità della Ostpolitik. Anche per questo una candidatura di alto profilo alla presidenza dell’Unione europea varrebbe forse a garantire un’evoluzione politicamente e geograficamente equilibrata del processo di integrazione.

La ritrovata autonomia dagli Usa
La ritrovata normalità della Germania, infine, è più che mai visibile nel rapporto con gli Stati Uniti, il protettore di ieri verso il quale Berlino recupera tutta la sua libertà. Tanto da porsi oggi alla testa delle perplessità europee sull’allargamento della Nato. E domani, forse di un rifiuto dell’uso della forza contro l’Iran. Oppure di una richiesta di mutamento di strategia in Afghanistan. Attendiamoci dunque una Germania più assertiva verso l’altro lato dell’Atlantico. Anche qui un governo che lasciasse all’opposizione tutta la sinistra, inclusa quella socialdemocratica, dovrebbe fare i conti con un rifiuto di morire per Kabul molto più vasto sia in Parlamento che nella società civile.

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Vedi anche:

M. Bothe: Integrazione europea e patriottismo parlamentare

C. Merlini: La camicia di forza della Corte Costituzionale tedesca