IAI
Ruolo internazionale dell’Italia

Identità nazionale e politica estera: un nesso indissolubile

9 Ago 2009 - Silvio Fagiolo - Silvio Fagiolo

Porre il quesito sulla collocazione internazionale dell’Italia sarebbe un modo non rituale di ricordarne i centocinquanta anni dalla nascita. Tanto più che gli ultimi eventi danno un’immagine talmente fragile dell’Italia da farne sembrare inesistente l’idea stessa. Nessuno sembra volersi assumere la responsabilità di ricordare il senso ed il valore della nostra unità e identità nazionale per riproporre tale idea al mondo. Mentre ogni diplomazia degna di questo nome è l’espressione esteriore di una determinata presa di coscienza politica. La pluralità delle piccole patrie, a Nord come a Sud, non riesce ad alimentare un senso di comune appartenenza. La casa comune è semmai sentita come tale soprattutto quando se ne vogliono chiudere le porte agli altri.

La sfida dell’adattamento al nuovo scenario globale
L’Italia soffre nei cambiamenti di ritmo della storia. Ogni revisione delle gerarchie internazionali la trova spesso alquanto impreparata, timorosa di perdere il rango fino allora conquistato non senza fatica, con la sua onesta debolezza, a fronte della potenza e della callida scaltrezza degli altri. Era accaduto ieri con la fine della solitaria dialettica tra Stati Uniti ed Unione Sovietica. Oggi il tramonto della breve illusione di una egemonia americana potrebbe accompagnarsi ad un allontanamento progressivo del nostro paese dalla storia che si sta creando. Le recenti dispute sulla nostra presenza in Afghanistan indicano come non esista nemmeno all’interno della coalizione governativa un consenso solido sulle grandi scelte della politica estera. Il dissenso probabilmente emergerebbe con chiarezza da un’accelerazione della crisi sui teatri più sensibili, dall’Afghanistan all’Iran. Potrebbe anzi essere la politica estera a rivelarsi come la faglia carica di maggiori capacità disgregative.

Come si colloca l’Italia in Europa e nel rapporto con gli Stati Uniti, e nei confronti di potenze emergenti o riemergenti, come la Cina e la Russia, nel segno, con queste ultime, di una crescente interdipendenza economica accanto ad una progressiva divaricazione dei modelli politici e sociali? Il peso dell’Italia nella costruzione europea e nella governance globale deciderà anche del suo rango nella comunità degli Stati.

In Europa non si può giocare di rimessa
L’Europa è apparsa da ultimo un profeta disarmato. Come costruire il potere europeo, ora che il ritorno alla “normalità” della Germania si manifesta, vedi la sentenza della Corte costituzionale di Karlsruhe, con una presa di distanza dal progetto di integrazione? Ora che l’Europa non può più contare, come in passato, sulla spinta federatrice derivante dal sostegno di una delle due grandi potenze dominanti e dall’ostilità dell’altra? In Gran Bretagna si prepara un ritorno dei conservatori che, con la caduta delle illusioni sollevate a suo tempo dal New Labour di Blair, segna forse la definitiva uscita di scena dell’europeismo di rito anglicano.

La crisi economica e finanziaria rende necessari concreti architetti piuttosto che verbosi profeti. La Francia è pur sempre il grande paese raziocinante, ma è difficile immaginare che ancora una volta dalle due nazioni storicamente rivali sul Reno possano venire gesti clamorosi di fede nell’avvenire dell’Europa.

In Europa l’Italia non ha mai giocato di rimessa, ha dovuto sempre muoversi fra la poca fede degli uni e la mala fede degli altri. Potrebbe essere allora l’Italia a spingere affinché si traggano dal trattato di Lisbona, una volta entrato in vigore, tutte le potenzialità che pure esso conserva, nonostante le concessioni per ottenerne la ratifica lo abbiano allontanato dai punti di partenza, rendendone l’assetto meno adatto a reggere le forze centrifughe dell’allargamento. Dovremmo tornare protagonisti spingendo per la valorizzazione di tutte le potenzialità del trattato, a cominciare dalla scelta dei vertici dell’Unione. Ciò che l’Italia non può fare è attendere con le braccia conserte. Il buon senso impone di agire. Che è poi il common sense del libro di Thomas Paine che fu il segnale della rivoluzione da cui nacquero gli Stati Uniti.

Le opportunità del trattato di Lisbona
Bisognerà muoversi entro il trattato di Lisbona con spirito empirico, senza lasciarsi deviare dal desiderio di costruzioni geometricamente perfette, di meccanismi impeccabili. Fare leva sulle comuni esigenze, le comuni difficoltà da superare mediante uno sforzo concorde. Il trattato contiene ipotesi di revisioni semplificate, passaggi dalla unanimità alla maggioranza, avanguardie da mettere in moto gradualmente, ma con costanza e lungimiranza, nuovi equilibri tra la vocazione intergovernativa e quella comunitaria nell’Unione.

Il trattato non allarga la sfera della sovranità consorziata, ma rende più forte il potere dell’Europa nelle materie riconosciute di sua competenza, dall’energia alla ricerca. Almeno al livello europeo governo dell’economia significa ridurre se non annullare del tutto il divario tra il perimetro dei mercati e quello dei poteri pubblici. Non basteranno, nel tempo che ci attende, le consuete misure fatte di cautela, di scaltrezza, di equilibrismi, di relativismo etico. Perché l’Europa continui ad apparire come un cantiere ancora aperto e non come un cantiere abbandonato sarà necessario procedere in modo differenziato, dalla sicurezza interna alla politica estera e di difesa.

Governance globale e interessi dell’Italia
Il posto dell’Italia nell’universo globale dipenderà poi dagli strumenti di governo che usciranno dalla crisi economica e finanziaria. Il vertice dell’Aquila è stato solo una tappa intermedia. L’assetto definitivo nella distribuzione delle carte del nuovo potere mondiale si conoscerà solo più avanti. Per il nostro paese sarà essenziale non solo il formato del nuovo organismo di vertice costruito intorno al G8, che dovrà essere efficace, ma anche sufficientemente rappresentativo; sarà anche utile lavorare perché esso abbia una più forte base normativa e una struttura propria (ad es. una segreteria permanente), competenze più ampie, economiche e politiche, e credibili meccanismi di monitoraggio degli impegni assunti. Solo così potremmo, se non disinnescare, almeno ridurre i rischi connessi all’eventuale allargamento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Superata la crisi potremmo avere a che fare con un’America almeno in parte ridimensionata, un’Europa indebolita e divisa – se non interverrà una spinta in senso contrario – e una grande potenza autoritaria, la Cina, che si candida a gestire l’economia del mondo in condominio con gli Stati Uniti. La crescita è stata finora trainata dal consumo a credito, una crescita senza risparmio proprio. Solo il rafforzamento della rete di regole e istituzioni multilaterali consentirà di tenere alto il peso del mondo occidentale, e con esso dell’Italia, la sua capacità di far valere i suoi valori e le sue concezioni. Qui sta il nocciolo della grande sfida: la ricerca di una chiave istituzionale che consenta di superare il dilemma tra l’interdipendenza economica e l’emergere di potenze autoritarie da un lato e la staticità degli ordinamenti di governo della economia mondiale dall’altro.

L’Italia, più di altri, ha interesse ad evitare un eccesso di rigidità nella politica monetaria e fiscale, ma anche un ritorno al protezionismo. Mentre la crisi va affrontata con appropriate misure sociali, sarebbe un errore farci sostenitori di una sospensione delle norme sulla concorrenza. Infine non dovremmo essere gli ultimi a riflettere su un adeguamento dell’ordinamento monetario internazionale. Forse all’Aquila il problema avrebbe almeno potuto essere evocato. La crisi attuale può essere, per il mondo, l’equivalente di quella che per i paesi europei fu avviata negli anni Settanta dal doppio sganciamento del dollaro dall’oro e delle monete europee dal dollaro, premessa della lunga marcia verso l’euro. Ma anche qui solo l’Europa potrebbe avere la legittimità e l’influenza per avviare una riflessione collettiva.

In ultima analisi il rango dell’Italia dipenderà essenzialmente dal grado di competitività del suo sistema produttivo nella economia mondiale; da riforme costituzionali che rendano più spedito il meccanismo sia legislativo che di governo del paese; da una struttura della comunità internazionale che privilegi le regole e le istituzioni rispetto alle alleanze occasionali e ai soli rapporti di forza.

Vedi anche:

S. Silvestri: Italia o Italietta, al vertice o media potenza?