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Verso le elezioni europee

Il viaggio di Obama e le opportunità dell’Europa

10 Apr 2009 - Silvio Fagiolo - Silvio Fagiolo

Due eventi forniscono materia di riflessione per le imminenti elezioni europee e dovrebbero essere motivi ispiratori della competizione fra le forze politiche: la crisi economica e la nuova Presidenza americana. Ambedue dovrebbero dare impulso ad un diverso, più consapevole atteggiamento verso l’integrazione europea e rilanciarne la necessità agli occhi dei cittadini del nostro continente. Occorre arrestare il lento impoverimento e spossessamento di libertà politica dell’Europa, tanto graduale da non apparire drammatico e quindi da non suscitare un’adeguata reazione. Di fronte alla crisi economica che ha reso ancora più evidente come la sovranità nazionale sia “polvere senza sostanza”, per usare le parole di Luigi Einaudi, le ragioni dell’Europa hanno un’occasione ineludibile per essere ripensate e riformulate.

Il momento dell’Europa
La crisi economica e finanziaria ha rivalutato agli occhi del mondo il modello di sviluppo europeo, talvolta irriso perché troppo attento alla solidarietà e poco flessibile rispetto alle sfide della globalizzazione. Persino forme politiche come quella esistente in Russia, con la sua rendita mineraria e le sue armi nucleari, o in Cina con il suo dinamismo che convive con ordinamenti politici fortemente autoritari, sembravano a molti paesi emergenti un’alternativa migliore.

La globalizzazione aveva creato l’impressione che le vite ed i destini dei cittadini europei fossero in balia di poteri incontrollati ed incontrollabili. La crisi finanziaria dirompente, gli interventi pubblici di salvataggio hanno imposto ripensamenti profondi. Di colpo gli Stati Uniti non sono più all’avanguardia nella loro missione storica di promuovere l’economia di mercato. Di colpo quei caratteri dell’economia globale così lontani dal modello europeo, l’espansione monetaria esuberante, la disattenzione agli squilibri della finanza pubblica, l’assetto delle autorità di vigilanza, si rivelano le ragioni della seconda maggiore crisi del capitalismo dalla morte di Marx. La crisi ha mostrato la degenerazione del modello anglosassone centrato sulla finanza e non di quello renano fondato sull’industria. Se la crisi è scoppiata è perché le classiche virtù europee, dalla politica monetaria prudente alla finanza pubblica disciplinata, erano state accantonate.

La moneta comune si è rivelata una salvaguardia. La cultura della governance sopranazionale riscoperta universalmente ha ridato centralità alla cultura comunitaria, all’esperienza di oltre mezzo secolo di sovranità condivisa.

Proprio per questo l’Unione europea non solo deve uscire dallo stallo istituzionale ratificando il Trattato di Lisbona. Deve anche disporre di istituzioni forti e consapevoli, soprattutto quelle, come il Parlamento e la Commissione, che sono espressione di un potere federale. Sono le istituzioni forti che impediscono agli europei di porsi come semplici spettatori passivi delle politiche altrui, di cui volentieri si atteggiano poi a giudici petulanti e severi.

A partire dal G20 di Londra si è deciso di ridisegnare le regole dell’economia internazionale secondo una logica che riproduce largamente quella europea e che la nuova amministrazione americana ha accettato di condividere. Sarà necessario che la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo abbia al centro i contenuti di un diverso governo della economia, le responsabilità per l’abisso nel quale il sistema produttivo è stato trascinato e la necessaria coesione degli Stati europei per un’efficace risposta comune.

In una simile congiuntura tanto più decisive saranno le istituzioni comuni. La proposta di scegliere il prossimo Presidente della Commissione in ragione del voto elettorale e della designazione dei candidati a opera dei partiti nella campagna elettorale per l’Assemblea di Strasburgo va in questa direzione. Mentre una pigra riconferma dell’attuale vertice, prescelto forse proprio per la preventiva rinuncia a svolgere un ruolo politico incisivo, lascerebbe cadere l’impulso che può venire da una situazione internazionale così drammaticamente nuova.

La sponda di Obama
L’altra novità è l’atteggiamento della nuova amministrazione americana verso il processo di convergenza degli europei, messo in luce dal trionfale viaggio del Presidente Obama nel vecchio continente. Già nel viaggio a Berlino che aveva preceduto la sua campagna elettorale Obama aveva detto che “abbiamo bisogno di una forte Unione europea”. Ha dimostrato nei fatti, a Londra, a Strasburgo, a Praga di saper ascoltare e di saper aderire all’altrui saggezza, come nella decisione sulle nuove regole della finanza internazionale.

Gli europei hanno parlato con una sola voce senza che questo provocasse traumatiche rotture transatlantiche, come nella guerra in Iraq. Anche quando sono emerse divergenze nette, come a proposito dell’ingresso della Turchia nell’Unione europea, gli Stati Uniti non ne hanno tratto lo spunto per scavare un solco tra “vecchie e nuove Europe”.

Certo, gli europei saranno sollecitati ad assumere maggiori responsabilità, e difficilmente potranno tirarsi indietro senza perdere credibilità. Ma anche qui Obama si è dimostrato flessibile, come a proposito dell’invio di truppe aggiuntive in Afghanistan. Mai le condizioni erano state così favorevoli al di la dell’Atlantico per la crescita del soggetto politico europeo. La democrazia europea e quella americana si confrontano sin dall’inizio in un gioco di reciproci rispecchiamenti e travasi. La nuova leadership americana sembra più attenta anche alle memorie e alla cultura civile dell’Europa contemporanea. Anche l’invito che viene dall’America dovrebbe quindi essere oggetto della prossima campagna elettorale europea.

Vedi anche

Ettore Greco: L’anello mancante della democrazia europea

R. Matarazzo: Obama e l’eclissi della Right Nation