IAI
Politica estera italiana

Le basi militari in Italia

2 Lug 2008 - Alfonso Desiderio - Alfonso Desiderio

Meno basi in Europa occidentale, ma più grandi e confortevoli per poter essere una valida retroguardia alle basi ancora troppo scomode e insicure per gli standard americani nei vicini fronti caldi del Caucaso, del Golfo e dell’Africa. È una delle esigenze delle forze armate statunitensi in Europa. Il problema è che gli accordi con i paesi europei sono rimasti quelli della guerra fredda, fondati essenzialmente sull’Alleanza atlantica, che però al momento non è più centrale nell’operato delle forze armate americane. Urge quindi ridefinire il legame militare tra Paesi europei e Stati Uniti anche alla luce dell’evoluzione dei rapporti con la Russia, oltre che dell’evolversi delle crisi nel Grande Medio Oriente e in Africa.

I due assi operativi delle basi militari in Italia
Di questo dibattito non c’è quasi traccia in Italia. Da noi si discute poco, se non nei centri specializzati, su come far evolvere il sistema militare a livello individuale e nell’ambito delle alleanze e di come meglio far valere i nostri assets a livello internazionale. Il livello della discussione sembra ancorato a due questioni di fondo: il numero della basi americane in Italia e addirittura la presunta extraterritorialità di dette basi. Non si è quindi mai sviluppata una reale discussione sul loro utilizzo ai fini dell’interesse nazionale.

Nel 1999 in un articolo di Limes, la rivista italiana di geopolitica, ho avuto la possibilità di pubblicare il contenuto di tre articoli dell’accordo segreto del 1954, il Bia (Accordo bilaterale sulle infrastrutture) in cui è specificato che:
– gli Usa non possono servirsi delle basi a scopi bellici se non a seguito di accordi Nato o con il governo italiano;
– le installazioni sono poste sotto comando italiano e i comandi Usa detengono il controllo militare su equipaggiamento e operazioni;
– le strutture costruite con fondi Usa su terreni italiani diventano proprietà italiana.

Ho avuto poi modo di verificare questa situazione nel corso di un viaggio iniziato nel 2007 nelle principali basi americane in Italia e di cui viene dato conto in una apposita rubrica di limesonline, il sito di Limes. Oggi sono sei le principali basi americane in Italia, dopo la chiusura della base nell’arcipelago della Maddalena in Sardegna, e formano due assi operativi. Il primo è quello settentrionale e collega la base dell’aeronautica di Aviano con quelle dell’esercito di Camp Ederle (paracadutisti) a Vicenza e di Camp Derby (uno dei più importanti depositi di munizioni Usa in Europa) a Livorno. L’altro asse invece è delle marina Usa che può contare sulla base di Napoli (dove c’è anche il quartier generale della Nato), sulla base aeronavale di Sigonella in Sicilia e a Gaeta sulla nave comando della VI flotta.

La presenza delle forze armate Usa in Italia è cambiato nel tempo, ma gli allegati dell’accordo del 1954 sono rimasti segreti. Oggi molti elenchi di basi americane che circolano comprendono basi dove la presenza americana c’è stata solo in passato. Un’altra e più importante fonte di equivoci è la confusione tra basi e installazioni. Ogni base si compone di più installazioni. Il Base Structure Report 2007, il rapporto del sottosegretario alla Difesa Usa che ogni anno elenca la presenza delle truppe e dei mezzi militari americani nel mondo, conta 49 installazioni (più 40 siti minori) in Italia (La Maddalena compresa). Ma, per fare un esempio, la base di Vicenza consiste di sei installazioni, oltre alla base operativa, depositi di munizioni, la vecchia zona di lancio dei missili, il villaggio delle famiglie dei militari e il deposito degli autoveicoli.

È bene poi considerare che l’estensione totale di tutte le installazioni militari Usa in Italia è pari a un diciottesimo dell’estensione di quelle in Germania, e a un quattordicesimo di quelle in Giappone. Chi vuole quindi mettere in rilievo una spropositata presenza americana elenca ben 89 basi citando il documento americano. Ma basta una lettura del documento, guardare le estensioni e il numero dei militari americani per capire che la presenza Usa si concentra essenzialmente nelle sei basi principali.

Arsenali nucleari?
A queste basi bisogna però aggiungere il distaccamento militare americano nella base dell’aeronautica italiana di Ghedi. Non c’è conferma ufficiale, ma avrebbe in custodia alcune bombe nucleari B61, presenti anche ad Aviano, come ripetutamente riportato in studi non ufficiali soprattutto americani. Si tratta di un’eredità della guerra fredda e sono conservate in speciali depositi. Se ad Aviano però gli americani potrebbero disporre sia delle bombe sia degli aerei (anche se ci sono molti dubbi sull’effettivo ruolo nucleare degli aerei di stanza in quella base), ma il governo italiano potrebbe opporsi a un loro utilizzo, quelle di Ghedi, nel caso fossero effettivamente presenti nella base, dovrebbero poter essere lanciate dagli aerei italiani Tornado, perché non ci sono aerei americani normalmente presenti in quella base. La presunta esistenza di bombe nucleari a Ghedi rappresenta l’eredità di quella porzione dell’arsenale nucleare che gli americani avevano condiviso con gli alleati. Nel caso della Germania e dell’Italia, aveva anche lo scopo di impedire che questi paesi si volessero dotare autonomamente dell’arma nucleare. Un’altra parte però dell’arsenale nucleare americano in Europa era saldamente ed esclusivamente nelle mani delle forze armate Usa.

Infatti la presenza militare americana in Europa ha da sempre una doppia connotazione. Le truppe Usa sono presenti sulla base di accordi bilaterali con i paesi ospitanti conclusi nell’ambito degli accordi multilaterali dell’Alleanza Atlantica.

È importante poi sfatare un altro mito sulla differenza tra basi italiane, basi Nato e basi Usa nel nostro paese. L’Alleanza atlantica non dispone di basi proprie, se non per quello che riguarda i quartier generali (in Italia è rimasto solo quello di Napoli), una serie di installazioni (antenne, radar e così via) e alcune istituzioni particolari come il Nato Defense College a Roma. Per le proprie attività operative utilizza le basi militari (oltre che le truppe e i mezzi) dei Paesi membri, che le mettono a disposizione della Nato. Non c’è quindi un numero definito. In teoria tutte le basi militari italiane potrebbero essere messe a disposizione dell’Alleanza e quindi essere considerate basi Nato. Ad esempio durante la guerra del Kosovo furono ben 12 le basi italiane messe a disposizione della forze Nato che usarono il nostro paese come base di partenza per gli attacchi aerei contro la Serbia.

Sul piano giuridico la presenza americana è regolata dal Trattato del Nord-Atlantico, firmato il 4 aprile 1949, dal Trattato di Londra del 1951 (il cosiddetto Sofa, riguardante lo status delle forze militari dei paesi Nato), e dagli accordi bilaterali Usa-Italia del 1950 e del 1952. L’accordo che elenca le basi è il citato Bia del 1954, mai ratificato dal Parlamento italiano perché si disse che era un accordo tecnico in applicazione agli accordi atlantici già ratificati. Il Bia poi è stato più volte integrato da successivi allegati tecnici, riguardanti le modifiche intervenute in alcune basi, l’apertura di altre e così via, dando vita a un sistema molto complesso e confuso. Per mettere ordine fu approvato nel 1995 un Memorandum d’Intesa, un accordo quadro – poi reso pubblico dal governo D’Alema nel 1999 dopo la tragedia del Cermis – per uniformare la redazione degli accordi tecnici, ma che per i principi generali sull’uso delle basi rimandava agli accordi precedenti.

Durante la guerra fredda (e nella parentesi della guerra del Kosovo) le basi sul territorio nazionale sono state il principale contributo italiano alla sicurezza collettiva. Oggi, in una situazione completamente nuova, dobbiamo decidere che funzione attribuire alle basi e discutere con gli americani la ridefinizione degli accordi, consapevoli però di non poter più contare sulla rendita geopolitica che la nostra posizione geografica ci ha garantito nei lunghi anni della guerra fredda.