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Kosovo

L’indipendenza che divide il mondo

22 Feb 2008 - Miodrag Lekic - Miodrag Lekic

Con l’autoproclamazione dell’indipendenza del Kosovo, il 17 febbraio scorso, si è aperta una complessa fase nei rapporti internazionali. Molti degli elementi di questo intricato scenario sono ancora in movimento e le conseguenze imprevedibili. Si moltiplicano le iniziative diplomatiche, caratterizzate dalla classica ambiguità. Oltre alle dinamiche interne in Serbia e in Kosovo, è opportuno analizzare il coinvolgimento internazionale che si muove su diversi piani: Onu, Ue, Usa, Russia e Cina, senza dimenticare l’apertura di una complicata partita su scala regionale.

La questione dei requisiti
Se la nostra analisi prende le mosse dal problema della legalità internazionale, dobbiamo ricordare che, secondo la risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1244(10 giugno 1999), con cui si concluse la campagna aerea della Nato contro la Jugoslavia (Serbia e Montenegro) della primavera di quell’anno, e in base alla Costituzione serba, il Kosovo è parte integrante dello Stato serbo, in quanto erede internazionalmente riconosciuto della Federazione jugoslava. La stessa risoluzione prevedeva che lo status finale della provincia, temporaneamente affidato ad un protettorato internazionale, sarebbe stato deciso da un’ulteriore risoluzione dello stesso Consiglio di Sicurezza.

Secondo una consolidata prassi politica nelle operazioni di state building, per arrivare alla definizione dello status definitivo è necessario raggiungere determinati standard: rientro dei profughi (200.000 serbi, rom e montenegrini sono stati espulsi dalla provincia nel giugno 1999), tutela e garanzia per le minoranze rimaste, rispetto dello stato di diritto, creazione di istituzioni politiche e amministrative interetniche. Secondo molte valutazioni internazionali, un ulteriore problema del Kosovo in questi anni è stato costituito dalla presenza di una fortissima criminalità organizzata, impegnata nel commercio delle droghe e nella tratta degli esseri umani.

In questi anni si sono svolti, come previsto, i negoziati tra serbi e albanesi del Kosovo, condotti in una prima fase dal finlandese Ahtisaari e successivamente dalla trojka (Usa, Ue e Russia). Durante i negoziati, mentre la Serbia si è più volte dichiarata disponibile alla ricerca di un compromesso (presentando diversi “modelli” di accordo), gli albanesi hanno sin dall’inizio posto l’indipendenza come conditio sine qua non per la ricerca di un accordo.

L’autoproclamazione di indipendenza e il rapido riconoscimento da parte di alcuni Stati (Afghanistan, Usa, Francia, Gran Bretagna e, il 21 febbraio, l’Italia) si pongono fuori dal quadro delineato dall’Onu nel 1999. Questi primi atti hanno creato forti tensioni sul piano internazionale e non configurano per il momento l’ingresso formale del Kosovo nella Comunità internazionale (Nazioni Unite). Si può parlare persino di una “balcanizzazione” (la divisione come destino) dell’intera comunità internazionale.

La posizione delle Nazioni Unite
Il Consiglio di Sicurezza si è diviso sulla richiesta urgente da parte della Russia di annullare l’autoproclamazione di indipendenza. Mentre Usa, Gran Bretagna e Francia hanno riconosciuto il Kosovo indipendente, Russia e Cina considerano la proclamazione illegale, chiedendo che si continui a procedere in base a quanto previsto dalla risoluzione 1244. Una volta di più una vicenda balcanica indebolisce gravemente le Nazioni Unite, del resto in crisi da parecchi anni. Da parte sua, il Segretario generale, rifiutandosi di entrare nel merito sulla legalità o meno della secessione unilaterale, ha dichiarato che per l’Onu l’unico documento valido continua ad essere la risoluzione del 1999, e che le Nazioni Unite continueranno a mantenere la loro presenza, civile in Kosovo (Unmik). La Kfor, le truppe che, a comando Nato, garantiscono attualmente l’ordine nella provincia agiscono almeno formalmente su mandato delle Nazioni Unite.

Unione Europea divisa
Per l’ennesima volta la Ue si divide quando si tratta di assumere una comune posizione in politica estera. La celebre battuta di Kissinger sull’impossibilità di trovare il “numero di telefono” dell’Europa resta drammaticamente attuale. L’unica cosa su cui i 27 paesi hanno concordato è sull’impossibilità di assumere una posizione concorde; i singoli Stati sono stati lasciati liberi di procedere o meno al riconoscimento del Kosovo “sulla base delle leggi interne e del diritto internazionale”. L’Ue sembra aver abbandonato quello che è stato il suo punto di riferimento giuridico durante la lacerante crisi jugoslava degli anni Novanta, e cioè le conclusioni della Commissione Badinter, secondo cui andava riconosciuta l’indipendenza delle 6 Repubbliche che formavano la Jugoslavia post-bellica nelle loro frontiere, rifacendosi a quanto stabilito dalla Costituzione del paese.

Anche la decisione dell’Unione di inviare una missione civile, Eulex, di 2000 uomini (poliziotti e magistrati in larga misura), i cui primi contingenti sono arrivati in Kosovo il giorno prima della proclamazione d’indipendenza, ha suscitato forti polemiche, innanzitutto sul piano della legalità internazionale. La missione non opera infatti sotto mandato del Consiglio di Sicurezza, né per invito delle autorità serbe che la considerano persino “forza di occupazione”. Da un punto di vista puramente giuridico, questa è la prima volta che la Ue – in questo caso unanime – opera al di fuori del quadro di legalità rappresentato dalle Nazioni Unite. Per una delle non rare ironie della storia, quest’ultimo capitolo della disgregazione jugoslava avviene quando la Presidenza Ue è detenuta dalla Slovenia, prima Repubblica a proclamare, nel 1991, la secessione unilaterale.

Russia e Stati Uniti
La Russia, che ha investito poco nella attuale crisi balcanica, sta invece rafforzando la sua immagine di custode della legalità internazionale. Più volte Putin, nelle sue ultime dichiarazioni in veste di Presidente russo, ha rimproverato l’Unione di condurre una politica ambigua, applicando standard ogni volta diversi e creando precedenti di lesione del diritto internazionale, che non potranno restare senza conseguenze nei rapporti tra Russia e Ue. In ogni caso Mosca si schiera decisamente a fianco della Serbia, tentando di rafforzarne la posizione di fronte alla Comunità internazionale.

Gli Usa, che avevano già “ufficiosamente” promesso l’indipendenza agli albanesi del Kosovo nel febbraio-marzo 1999 e “ufficialmente” con il discorso di George Bush di alcuni mesi or sono a Tirana, hanno svolto, almeno apparentemente, un ruolo defilato nelle ultime settimane, lasciando l’iniziativa (e i costi) alla Ue. In ogni caso, anche grazie alla presenza di una grandiosa base militare in Kosovo (Campo Bondsteel, costruita immediatamente dopo la guerra del 1999), gli Stati Uniti resteranno un fattore essenziale nell’evolversi della situazione.

Il contesto balcanico
Le conseguenze più potenzialmente pericolose dell’indipendenza del Kosovo si potranno registrare su scala regionale. Da una parte vi è un possibile effetto domino; sulla base dell’autodeterminazione “etnica”, i serbi in Bosnia o gli albanesi in Macedonia potrebbero chiedere l’indipendenza o l’unione con altri Stati della regione. La decisione di riconoscere o meno il Kosovo potrebbe perciò determinare laceranti problemi interni alla Bosnia, al Montenegro e alla Macedonia. E ciò potrebbe ulteriormente accelerare il processo di avvicinamento alla Ue di questi paesi.

A Belgrado, con voto unanime, il Parlamento ha annullato tutti gli atti di Pristina in materia di indipendenza. Persino il filo-occidentale e moderato Tadic, fresco vincitore delle elezioni presidenziali, ha dichiarato che “la Serbia non riconoscerà mai l’indipendenza del Kosovo, dove storicamente è nato lo Stato serbo” e che per i serbi rappresenta il simbolo dell’identità nazionale. Il leit-motiv che risuona in questi giorni in Serbia è: è solo l’inizio della nostra battaglia per riportare ufficialmente il Kosovo all’interno della Serbia. Oltre al ritiro degli ambasciatori in tutti i paesi che hanno riconosciuto o riconosceranno il Kosovo indipendente, Belgrado ha già avviato un processo presso la Corte di Giustizia dell’Aja contro i paesi che, violando il diritto internazionale, si sono schierati a fianco del governo di Pristina.

Sul piano interno, presidente e premier kosovari sono stati incriminati per secessione. Ufficialmente, la Serbia ha più volte ribadito che non ricorrerà all’uso della forza per recuperare la provincia ribelle, ma non si possono escludere incidenti dalle conseguenze imprevedibili nel caso in cui Pristina pretenda di esercitare i suoi diritti sovrani sulla parte settentrionale del Kosovo, ove i serbi continuano a costituire la maggioranza della popolazione e che confina direttamente con la Serbia.

La Serbia si avvia a concludere, con una possibile pesante sconfitta, un secolo di storia che aveva iniziato nell’entusiasmo vittorioso delle Guerre balcaniche e della Prima guerra mondiale, la guerra in cui aveva pagato un altissimo prezzo di sangue (con la morte di un quarto della popolazione), non solo in difesa della propria sopravvivenza, ma anche in nome della creazione di un nuovo Stato, patria comune per gli slavi del sud.

Il Kosovo pare dunque avviarsi ad acquisire una dimensione statuale che non ha mai avuto nella sua storia. La sua popolazione, che negli ultimi decenni ha molto sofferto per diversi motivi, meriterebbe un futuro pacifico e stabile. Ma sarà questa la conclusione di quella “primavera dei popoli balcanici” che, partendo dal principio dell’autodeterminazione dei popoli, purtroppo più volte in questa sfortunata regione si è tradotto in “autodeterminazione mia, morte tua”?