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Georgia

Sarà il 2008 l’anno della svolta?

9 Gen 2008 - Andrea Carteny - Andrea Carteny

La domanda chiave che gli osservatori si sono posti di fronte alla crisi georgiana dell’autunno 2007 era se fosse un passaggio inevitabile nella transizione del paese verso forme di democrazia liberale oppure celasse problemi ben più seri. Alexander Rondeli, presidente della Georgian Foundation for Stategic and International Studies, nei giorni seguenti le manifestazioni anti-Saakashvili osservava che entrambi i fattori erano presenti nell’attuale crisi politica: da un lato un’inevitabile tendenza verso una pratica “muscolare” da parte di un regime che governa – non solo ma anche – convivendo con la corruzione e le clientele, dall’altro l’attuale “Nation building” georgiano pesantemente influenzato da primitivo nazionalismo etnico e mancanza di una moderna élite politica. In effetti la storia della Georgia indipendente è caratterizzata da momenti critici, in cui emerge la contraddizione di una nazione antica quanto le origini della civiltà cristiana, che in gran parte tende a riconoscersi nell’occidente liberale contemporaneo – europeo ed atlantico – ma nello stesso tempo è risucchiata nei bizantinismi caucasici fatti di delicati equilibri tra etnie e micronazioni, di differenti egemonie imperiali sulla regione (in primis zarista-sovietica-russa, ma anche ottomano-turca e persiano-iraniana), tra ortodossia ed islam, tra la modernità delle città e della costa e il “kanun” delle antiche leggi che ancora regolano i rapporti tra famiglie e clan delle montagne.

Questa chiave di lettura è dunque fondamentale per interpretare le elezioni presidenziali tenutesi il 5 gennaio e capire se esse segnino la chiusura della crisi politica o piuttosto l’inizio di una nuova stagione della giovane democrazia caucasica, definita dalla Casa Bianca “il faro della democrazia nella regione”.

Modello di democrazia “caucasica” o semplicemente in transizione?
Non si possono certo definire tranquille le elezioni svoltesi da pochi giorni nella repubblica caucasica: è pur vero che la quantità di candidature (7 in tutto, compresa quella del presidente uscente Mikheil Saakashvili) e i risultati di tutto rispetto che i candidati d’opposizione al regime di “Misha” – come lo chiamano affettuosamente i suoi sostenitori – hanno raccolto fa sperare che qualcosa si muove anche in Georgia verso una compiuta democrazia bipolare, con un forte blocco di potere ma anche con una forte opposizione. “Misha” avrebbe dunque raccolto circa il 52% dei voti ed evitato così un rischioso ballottaggio al secondo turno, ma anche il 25% del candidato unitario per il Consiglio nazionale unito – la coalizione di 9 partiti protagonisti dell’autunno caldo – Levan Gachechiladze, prova che finalmente anche a Tbilisi c’è una minoranza capace di rappresentare un’alternativa democratica, filo-occidentale e pragmatica, in vista delle prossime elezioni parlamentari. Hanno poi raccolto tra il 6 e il 7% il “Berlusconi” di Tbilisi, il discusso patron dei media Arkadi Patarkatsishvili, e il leader del Partito del lavoro Shalva Natelashvili. Secondo l’opinione di un’esperta della regione caucasica, Stacy Closson, quest’elezione prospetterebbe un modello “preoccupante” di democrazia autoritaria, con “partito unico, manipolazione elettorale di stato e soppressione della società civile” che di fatto rende gli scrutini presidenziali e parlamentari “molto prevedibili”. Con queste elezioni il regime di Tbilisi evidenzierebbe tali elementi in comune anche alle altre repubbliche del Caucaso meridionale: la Georgia, dunque, dopo aver inaugurato – proprio con la “rivoluzione delle rose” dell’autunno 2003 – l’onda delle rivoluzioni colorate, invece di una democrazia liberale paleserebbe nel 2008 le fattezze di un regime “semi”-democratico su modello asiatico (del tipo di quello attualmente in auge in Uzbekistan e Kirghizistan), seguita su questa strada dall’Armenia e dall’Azerbaidjan.

La vittoria di Saakashvili, però, seppure netta, sembra essere più un’ottima vittoria – magari gonfiata da qualche broglio – di una competizione democratica che un’indiscutibile affermazione da regime autoritario.

Verso una democrazia “classica”, con maggioranza e opposizione
Il dato di fondo che emerge da queste consultazioni è che “Misha” non ha più il solidissimo consenso raccolto come brillante esponente dell’amministrazione Shevardnadze ma nemico della corruzione, che solamente 3 anni or sono gli consegnò il 96% dei voti sull’onda delle proteste popolari contro l’ex ministro degli esteri sovietico e la nomenklatura ex comunista rimasta ininterrottamente al potere. Il blocco d’opposizione che ha espresso la candidatura di Gachechiladze presenta tra le proprie fila esponenti di primo piano del nuovo corso democratico seguito alla “rivoluzione delle rose” (in primis l’ex ministro degli esteri Salomè Zourabishvili), che si presentano dunque come i genuini eredi della nuova Georgia democratica nata nel 2003. Se resiste al richiamo rivoluzionario e rinuncia alla mobilitazione della piazza, è facile prevedere che l’opposizione andrà raccogliendo sempre più consensi nelle città, tra i ceti urbani in crescita e i giovani. D’altro lato lo stesso presidente Saakashvili sarà costretto a riprendere con più vigore la politica di liberalizzazione e modernizzazione dell’economia e della società georgiane, e a cercare di riaffermare la sovranità di Tbilisi sulle regioni secessioniste dell’Abkhazia e dell’Ossezia meridionale (di fatto repubbliche indipendenti sostenute da Mosca). Quasi paradossalmente si potrebbe guardare all’attuale crisi e alle prossime elezioni parlamentari come ad un appuntamento fondamentale per consolidare il sistema democratico-parlamentare con l’emergere di blocchi e forze politiche contrapposte, senza però mettere in discussione il processo d’avvicinamento ed integrazione nelle strutture euro-atlantiche, in primis la Nato.

Il ruolo dell’occidente
Sono e rimangono senza dubbio gli Stati Uniti i migliori alleati della Georgia democratica: gli aiuti di Washington – sebbene non riescano a compensare il blocco economico che Mosca ha imposto alla repubblica caucasica – sono essenziali per il superamento dell’attuale crisi economica (oltre la metà della popolazione risulta sotto la soglia della povertà) e l’avanzamento nelle politiche di privatizzazione e di sviluppo dell’economia di mercato. Mentre Bruxelles – che investe in Georgia come Politica europea di prossimità nel periodo 2007-2010 oltre 120 milioni di euro – sembra non avere un’effettiva strategia per un paese chiave nell’approvvigionamento energetico dei prossimi anni. Sono diverse sensibilità che si possono ritrovare in parte nelle differenti sfumature espresse dagli osservatori internazionali sulla validità delle elezioni presidenziali: dal positivo commento dell’americano Alcee L. Hastings (“quest’elezione è una valida espressione della scelta del popolo georgiano, ma il futuro riserva immense difficoltà”) a giudizi più complessi, come quello dell’europarlamentare Marie Anne Isler-Beguin (“… un altro passo avanti nel rafforzamento della Georgia, giovane ed ancor fragile democrazia”).

Eppure il futuro dell’Europa passa anche per Tbilisi. Proprio in seguito allo scoppio della crisi georgiana del novembre scorso, Lech Walesa ha invitato gli europei ad affrontare il pericolo “frammentazione” (come nel caso del Belgio) ma anche a farsi carico dei paesi che si sentono parte dell’Europa e sono invece tenuti ai margini dell’Unione: secondo l’ex presidente polacco la Georgia, come la Polonia dopo l’89, ha bisogno dell’Europa non solo in quanto nazione e cultura da sempre europea, ma anche per vincere dopo il comunismo la scommessa della transizione e della stabilità democratica. Un’eventuale membership europea da parte di un paese di 70 mila metri quadri (pari a Belgio ed Olanda insieme) in una regione considerata unanimemente strategica per gli equilibri internazionali, con una popolazione di poco più di 4 milioni e mezzo di abitanti, prima di essere considerata un problema dovrebbe costituire un’ottima possibilità: anzi, un sincero auspicio.