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Birmania

Cosa possono fare le istituzioni internazionali?

1 Ott 2007 - Natalino Ronzitti - Natalino Ronzitti

Cosa può fare la comunità internazionale, e in particolare le sue istituzioni, per porre fine ai massacri perpetrati dal regime dei militari in Birmania, ormai al potere da 45 anni? Non molto! Ma una stretta e continua pressione internazionale contribuirebbe certamente a dare manforte alle forze autoctone per il crollo del regime e aprire la strada del ritorno alla democrazia in un paese che può vantare di aver dato alle Nazioni Unite un Segretario Generale con la nomina di U Thant nel 1961.

“Responsibility to Protect”
Al vertice di New York del 2005, l’Assemblea Generale, riunita a livello di Capi di Stato e di Governo, ha adottato una risoluzione in cui si stabilisce espressamente la “Responsibility to Protect”. I governanti hanno l’obbligo di proteggere il popolo che amministrano essendo loro proibito di ricorrere a violenza, pratiche di genocidio ed altri misfatti. E’ controverso se la “responsabilità di protezione” possa aprire la porta ad interventi umanitari, come quella della Nato in Kosovo nel 1999. A parere di chi scrive, l’intervento umanitario, cioè l’intervento mediante l’uso della forza, deve essere autorizzato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Cds), condizione politicamente impossibile nel caso concreto. Ma anche un intervento unilaterale (da parte di chi?) per provocare un cambiamento di regime sarebbe impensabile, oltre che illegittimo.

Il 12 gennaio 2007 gli Stati Uniti ed altri paesi occidentali hanno proposto una risoluzione al Cds di condanna del regime Birmania. Ma Cina e Russia hanno posto il veto. Anche il Sud Africa ha votato contro e tre Stati (Congo, Indonesia e Qatar) si sono astenuti. L’Italia ha votato a favore della risoluzione. La risoluzione chiedeva la liberazione del leader birmano Aung Sun Kyi, la cessazione degli attacchi alle minoranze etniche e una maggiore collaborazione con l’Organizzazione internazionale del lavoro per porre fine al lavoro forzato. La Cina ha argomentato che la situazione birmana non costituiva una minaccia contro la pace e la sicurezza internazionale e che quindi il Cds non era competente. Si sarebbe trattato di un intervento negli affari interni della Birmania.

Investire della questione l’Assemblea Generale, come è stato proposto, per comminare sanzioni alla Birmania, non è soluzione appropriata. L’Assemblea Generale si è già espressa sulla situazione dei diritti umani in Birmania nel 2006, ma non può decidere sanzioni vincolanti. Non può neppure raccomandarle non avendo competenza in materia, a parte qualche esempio contrario della prassi (risoluzioni che durante la decolonizzazione raccomandavano sanzioni al Sud Africa per la sua politica di apartheid). I Paesi del terzo mondo, inclusi quelli appartenenti alla Community of Democracies sotto leadeship Usa, avrebbero buon gioco nel sostenere che non potrebbero votare una risoluzione illegittima e quindi sarebbe difficilmente raggiunta la maggioranza dei 2/3 necessaria.

Le azioni del Cds e dell’Assemblea Generale sarebbero le più appariscenti. Ma non sono le sole a disposizione della comunità internazionale.

Molteplici opzioni di intervento
Il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha inviato un proprio rappresentante nella capitale birmana, che si muove tra mille difficoltà. Un’azione più decisa dovrebbe essere intrapresa dal Consiglio dei diritti umani. Il Consiglio ha il compito di esaminare la situazione dei diritti umani negli Stati membri delle Nazioni Unite ed ha stilato un programma di lavoro (la Birmania è in programma per i prossimi anni). Il Consiglio, di cui attualmente l’Italia fa parte, può riunirsi in sessione straordinaria, come ha già fatto altre volte (Territori palestinesi, intervento di Israele in Libano, Sudan). 17 membri del Consiglio ne hanno chiesto la convocazione e la riunione della sessione speciale è stata fissata per martedì 2 ottobre. Il Consiglio può adottare una risoluzione di condanna e istituire una commissione d’inchiesta, che dovrebbe recarsi in Birmania e fare un rapporto circostanziato.

I governanti che si sono resi responsabili di gravi crimini potrebbero essere sottoposti alla giurisdizione della Corte penale internazionale, sempre che si tratti di crimini internazionali. Ma la Birmania non ha ratificato lo Statuto della Corte e, in questo caso, l’unica possibilità di attivarla è di competenza del Cds. Speranza poco concreta, poiché il veto cinese o di altro membro permanente del Consiglio è sempre in agguato. Ma lo spettro di sottoporre i responsabili a processo penale dovrebbe essere ventilato, una volta attuato il cambiamento di regime, magari mediante l’istituzione di un tribunale penale internazionale ad hoc sull’esempio di quelli già esistenti.

Gli Stati occidentali dovrebbero inoltre valutare attentamente se la Birmania abbia violato la Convenzione sul genocidio del 1948, a causa dei maltrattamenti contro gruppi etnici. La Convenzione consente di convenire lo Stato responsabile di fronte alla Corte internazionale di giustizia. La clausola che ne attribuisce il potere non è stata oggetto di riserva da parte della Birmania e l’instaurazione di un procedimento dinanzi alla Corte costituirebbe un formidabile strumento di pressione. È una strada da percorrere, quantunque le diplomazie siano notoriamente restie, qualora gli interessi nazionali non vengano direttamente coinvolti.

Il ruolo dell’Unione europea
Resta sempre la possibilità per gli Stati, singolarmente o raggruppati in un’organizzazione internazionale come l’Unione Europea, di imporre sanzioni, senza che sia necessaria un’autorizzazione da parte del Cds. Gli Stati Uniti le hanno già imposte e l’Unione Europea dovrebbe inasprirle. La giunta birmana si arricchisce con le esportazioni di gas naturale, legname e rubini. Un’altra piaga è il narcotraffico. Le sanzioni dovrebbero essere “mirate” per impedire che misure di carattere generale finiscano per portare ancora più sofferenze al popolo birmano. Ne costituiscono un esempio il congelamento dei depositi e titoli finanziari all’estero o il divieto d’ingresso in territorio straniero. La leadership birmana probabilmente non ha conti nelle banche americane o dell’Europa occidentale e quindi sanzioni economiche di questo tipo non colpirebbero nel segno. Ma è tutto da verificare. Tra l’altro sanzioni economiche mirate potrebbero essere comminate dagli Stati appartenenti alla Community of Democracies, che sono numerosi e rappresentano tutte le aree geografiche e che in questo modo dimostrerebbero che la Community non è una scatola vuota.

Sanzioni più efficaci potrebbero essere proposte nei confronti delle imprese straniere che hanno rapporti d’affari con la Birmania (ad es. imprese indiane che operano anche nei paesi occidentali). Ma qui si tocca il nervo scoperto dei rapporti commerciali e difficilmente proposte del genere sarebbero attuate.

Non esiste una ricetta magica per la situazione birmana, che possa essere imposta dall’esterno. È però da sperare che una continua e incessante pressione internazionale, unita all’aperta ribellione del popolo birmano, provochi un cambiamento di regime. La pressione internazionale dovrebbe innanzitutto costringere Cina, India e Russia ad abbandonare il sostegno alla giunta birmana. A quel punto la questione potrebbe ritornare al Cds per l’adozione di sanzioni efficaci.