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America Latina

La politica di Chavez tra potere economico e populismo

2 Ago 2007 - Moisés Naím - Moisés Naím

Una battuta un po’ amara che si racconta sull’America Latina dice che, come area, non è competitiva neanche come minaccia per il resto del mondo: non possiede armi di distruzione di massa e non ha terroristi suicidi. Le maggiori esportazioni sono costituite da droga, materie prime e forza lavoro. I sudamericani che lavorano in Europa e negli Stati Uniti spediscono più denaro alle loro famiglie di quanto ne investano, in quell’area, tutte le multinazionali messe assieme. Ma c’è un settore in cui l’America Latina vanta da sempre una forte capacità di esportazione: le idee politiche, in particolare nel campo della lotta al sottosviluppo, che hanno spesso trovato forte eco in altre regioni del mondo più povero. Non fu certo l’argentino Juan Domingo Perón a inventare il populismo, ma ne è diventato indubbiamente un’icona universale: idee come la sostituzione delle importazioni, la teoria della dipendenza, la teologia della liberazione, l’“evoluzionismo” delle giunte militari degli anni ‘70 e ’80 si sono diffuse in breve tempo oltre i confini nazionali.

Sfortunatamente, però, nella maggior parte dei casi, queste idee non si sono dimostrate particolarmente felici. L’ondata più recente di queste idee politiche di matrice sudamericana è arrivata sotto le spoglie della “Rivoluzione Bolivariana”, detta anche “Socialismo del XXI Secolo”, promossa dal presidente venezuelano Hugo Chávez. Si tratta di una combinazione di un preesistente e testato cocktail di nazionalismo, socialismo e populismo con forti elementi di anti-globalizzazione e anti-americanismo, con qualche piccola aggiunta di indigenismo, autarchia e spiritualismo. Le idee del presidente Chávez, come accadde per i suoi predecessori, hanno raccolto ammiratori in altri paesi, compresi giornalisti e intellettuali in Europa e altrove. È perciò opportuno contestualizzare la Rivoluzione Bolivariana di Chávez.

Politica estera dinamica
I proventi del petrolio, l’ubicazione geografica, le tradizioni democratiche e persino la cultura hanno reso i governi venezuelani inclini ad adottare una politica estera dinamica e a volte persino aggressivamente interventista. Una regione inquieta, dove l’instabilità economica e le agitazioni politiche sono fenomeni consueti, favorisce non solo le occasioni di intervento da parte di altre nazioni, che possiedono i mezzi economici per farlo, ma persino la richiesta della comunità internazionale a che tali ingerenze si verifichino. Da questa prospettiva, Hugo Chávez non si differenzia dai precedenti presidenti del Venezuela. L’attivismo internazionale di un presidente venezuelano non suona nuovo. Ma nel caso di Hugo Chávez, le diversità quanto a rapporti internazionali, amici, nemici, obiettivi, tattiche, possibilità e limiti hanno poco in comune con ogni altro leader venezuelano. Hugo Chávez è completamente differente dai suoi predecessori, nessuno dei quali negli ultimi cinquant’anni ha avuto altrettanto controllo sulle leve del potere. Ha l’ultima parola – e spesso l’unica – nelle decisioni fondamentali che riguardano l’industria petrolifera, l’esercito, l’assemblea nazionale, il governo statale e gli enti locali, la giustizia e la Banca Centrale. Chávez può, nei fatti, perseguire unilateralmente qualunque politica desideri, con vincoli politici o istituzionali limitati o inesistenti, laddove l’alto prezzo del petrolio gli conferisce ampia libertà dal punto di vista economico. Come risultato, Chávez può vantare un livello di autonomia in politica estera senza precedenti in Venezuela e peraltro raro anche nel resto del mondo.

Si consideri, ad esempio, il caso della politica venezuelana nei confronti di Cuba. Non esistono altri due paesi nell’emisfero americano che abbiano raggiunto un livello di integrazione economica, politica, militare e istituzionale pari a quello che attualmente esiste tra Venezuela e Cuba. Per Cuba, i legami col Venezuela sono diventati una questione vitale per la sopravvivenza del regime, in quanto le generose forniture petrolifere che riceve dal Venezuela sono di cruciale importanza per la sua stabilità economica, quanto lo erano quelle che riceveva dall’Unione Sovietica. Data questa fondamentale criticità, sarebbe sorprendente se il leggendario ed esperto apparato di intelligence cubano non fosse attivamente operativo in Venezuela, a supporto del presidente Chávez e del suo regime, contrastando le minacce nazionali e internazionali che il presidente venezuelano, Fidel Castro e i loro più vicini alleati denunciano costantemente nei loro interventi in pubblico.

Il presidente Chávez accusa regolarmente il governo degli Stati Uniti di complottare per assassinarlo e la sua aggressività nei confronti degli Stati Uniti costituisce certamente un’altra differenza rispetto ai suoi predecessori, anche se tutti i presidenti venezuelani hanno avuto un rapporto difficile con gli Stati Uniti. Non sorprende che, viste le forti correnti di anti-americanismo che percorrono il mondo, i frequenti attacchi di Chávez al presidente americano e ai suoi alleati siano stati bene accolti dall’opinione pubblica, in Venezuela e all’estero.

L’accesa retorica del presidente Chávez richiama alla mente un’altra epoca, un tempo in cui in tanti avevano creduto che le rivoluzioni di sinistra avrebbero attraversato le Americhe. Non è un caso, quindi, che il suo più stretto alleato internazionale sia Fidel Castro. Sorprendentemente, nel Venezuela del ventunesimo secolo, Fidel Castro, il vecchio e malato dittatore di una piccola e affamata isola, è molto più influente di George W. Bush, il presidente dell’unica superpotenza mondiale rimasta. Tuttavia, il quadro geopolitico internazionale che ha fatto da sfondo all’ascesa al potere del presidente Chávez, a differenza di Castro, Perón o degli altri predecessori venezuelani, non è stato caratterizzato da superpotenze rivali impegnate in uno scontro ideologico e armato per il dominio del mondo, quanto piuttosto dalla sconfitta del comunismo, le transizioni verso la democrazia (nelle Americhe e altrove), una rapida avanzata tecnologica, la diffusione del libero commercio, l’apertura di nuovi mercati e la globalizzazione.

Limitazioni economiche
Chávez subisce le limitazioni imposte dalla globalizzazione economica. Che egli riesca o meno a realizzare ciò che definisce il “Socialismo del XXI secolo”, l’economia del Venezuela resta comunque profondamente immersa in una rete di vincoli commerciali e finanziari con il resto del mondo, che limita il Governo nelle possibili scelte da compiere. Gli elevati introiti provenienti dal petrolio hanno indubbiamente ampliato i margini di manovra per le azioni economiche del presidente, ma queste entrate non saranno sempre così consistenti, o non saranno sempre sufficienti a neutralizzare gli effetti che i mercati finanziari o altri vincoli dell’economia globale impongono alle politiche intraprese dal governo. A ciò si aggiunge che è facile commettere – e nascondere – errori di politica economica nazionale e internazionale, quando gli elevati proventi del petrolio creano l’illusione di poter disporre di un numero illimitato e perennemente flessibile di scelte politiche.

Gli errori di politica economica di oggi si ritorceranno con gli interessi contro il governo Chávez in un domani molto vicino. Una volta che la congiuntura economica internazionale e nazionale renderà insufficienti i proventi del petrolio da cui il paese dipende in modo sostanziale, il governo ne avvertirà l’impatto politico. Già ora la popolazione, nonostante il paese disponga di enormi entrate provenienti dal petrolio, si trova a fronteggiare un tasso di inflazione tra i più alti al mondo, la mancanza di generi di prima necessità, un livello di criminalità tragico e senza precedenti e grandi difficoltà nel trovare un posto di lavoro al di fuori degli impieghi statali.

La rapida erosione del sostegno popolare è quanto accaduto ai predecessori di Chávez e prima o poi accadrà anche a lui. In passato, quando accadeva ciò, i presidenti venezuelani perdevano le elezioni e il potere si trasferiva all’opposizione in maniera pacifica e democratica. Non è più chiaro se questo schema potrà essere riproposto in futuro considerato che, come è stato ampiamente dimostrato, il presidente Chávez è un leader molto diverso rispetto ai suoi predecessori. Sicuramente in futuro l’economia diverrà per lui un vincolo altrettanto costrittivo come lo è stata per i suoi predecessori: quello che non sappiamo è come gestirà le ripercussioni politiche di una depressione economica. Del resto, sta già spingendo verso modifiche costituzionali che gli permetteranno di restare al potere indefinitamente e ha utilizzato astutamente gli stessi strumenti della democrazia per minarne i normali controlli ed equilibri.

Talento politico
Ma tutto ciò fa sorgere spontanea una domanda: come ha fatto a vincere Hugo Chávez? Le cause più comunemente tirate in ballo comprendono gli scarsi risultati economici dei suoi predecessori, corruzione, cattiva gestione, istituzioni deboli, il collasso del sistema bipartitico tradizionale, povertà e disuguaglianza socio-economica, il negativo impatto politico del petrolio, politiche clientelari, stataliste e corporative che hanno arrestato la crescita dell’imprenditoria e di un settore privato competitivo. Tutti questi problemi meritano attenzione singolarmente in quanto tutti ugualmente importanti: l’impatto sulla politica interna ed estera delle fluttuazioni dei prezzi del petrolio negli anni ‘70 e ‘80 causate da crisi esterne, le grandi aspettative che hanno accompagnato le riforme del mercato alla fine degli anni ‘80 e poi negli anni ‘90, il crescente dinamismo e l’organizzazione della società civile, gli effetti nella regione andina della guerra alla droga condotta dagli Stati Uniti, la globalizzazione e l’anti-globalizzazione.

Ma i venezuelani hanno eletto presidente Chávez la prima volta nel 1998 e di nuovo nel 2006 per moltissime ragioni tra cui la sua smisurata personalità, l’eccezionale talento politico e il background personale. Hugo Chávez non solo possedeva le capacità necessarie, ma era anche al posto giusto al momento giusto e colse l’occasione. La capacità di sfruttare le occasioni che gli si presentano mette in risalto la sua abilità e il suo istinto. Il presidente Chávez fa il suo ingresso sulla scena mondiale alla fine degli anni ‘90, in un’epoca di radicali cambiamenti e grande dinamismo in cui furono messi in discussione gli assunti fondamentali del funzionamento dei mercati e delle relazioni tra gli stati (comprese le emergenti Ong e gli attori “non statali”) e il sistema internazionale.

Chávez adottò una retorica che gli era consona e che rispecchiava i tempi e lo stato d’animo della maggioranza dei venezuelani: fece eco al malcontento di molti per il fallimento delle riforme economiche di portare risultati in breve tempo o di tradurre quei profitti in benefici reali per tutti. Trovò una causa comune tra gli studenti, gli ambientalisti, i sindacalisti e gli altri attivisti che avevano formato la rete internazionale no-global. E si rivolse al desiderio della maggioranza povera del Venezuela (e dell’emisfero) di porre fine alla disuguaglianza e all’ingiustizia rivendicando ricchezze e risorse depredate dai governi precedenti e dalle classi dirigenti tradizionali. Le azioni di Chávez hanno generalmente coinciso con la sua retorica. La sua visita in Iraq subito dopo la sua elezione – fu il primo leader eletto democraticamente a far visita a Saddam Hussein dopo la Prima Guerra del Golfo – ne è uno degli esempi più emblematici. Allo stesso modo, Chávez fece un punto d’orgoglio della sua smisurata ammirazione e del desiderio di proseguire nella linea politica di Fidel Castro. In patria, sciolse il corpo legislativo, fece pressione per un’assemblea costituente, riscrisse la Costituzione, cambiò il nome del paese (da Venezuela a Repubblica Bolivariana del Venezuela) e decretò la fine della quarta repubblica. Era arrivato il Movimento Quinta Repubblica (Mvr).

La resilienza e l’ascendente di Chávez hanno molte origini, ma la più importante è la capacità di capitalizzare gli errori degli altri. Ed è stato poi molto fortunato quanto ai nemici che ha dovuto affrontare in patria e all’estero: i suoi oppositori in patria sono stati incapaci di contenere la sua ascesa al potere. Il governo statunitense, distratto dalla sua guerra al terrore, con gli attacchi in Afghanistan e Iraq che cominciavano ad avere un costo molto alto, prestò attenzione a Chávez soltanto quando ormai era già troppo tardi e la sua presa sul potere era ormai salda e completa. Per l’umiliazione dei suoi oppositori, il presidente Chávez non solo era sopravvissuto, ma si era pure ripreso con un invidiabile consenso di oltre il 60%.Anche in questo è stato aiutato ancora una volta dalla buona sorte – la crescente domanda di risorse energetiche proveniente dall’espansione economica cinese, una richiesta serrata di forniture e la necessità di realizzare nuove raffinerie e di incrementare la capacità di riserva, hanno portato il prezzo di un barile di petrolio a livelli mai raggiunti prima: dai 9$ al barile al momento della sua ascesa al potere fino ai 61$ del 2007. Spinto da un regolare flusso di petroldollari, come molti dei suoi predecessori, Chávez ha fatto dello Stato il motore dell’economia interna e del petrolio la sua principale arma diplomatica. Dalla PetroCaribe – la nuova iniziativa di cooperazione energetica dell’area caraibica, promossa dal Venezuela – alla promessa (da qualcuno definita una fantasia) di diversificare i mercati costruendo un oleodotto fino al Pacifico per trasportare greggio pesante in Cina e in altre zone dell’Asia, il petrolio continua a essere la linfa vitale della politica estera (e ovviamente interna) del Venezuela.

Cavalcando l’anti-americanismo
E Chávez lo sa. Nonostante retorica e politica retrograde, in un qualche modo Chávez è stato in anticipo sui tempi. Quando assunse la presidenza nel 1999, pochi pensavano che l’antiamericanismo avrebbe avuto un ritorno, come invece accadde negli anni successivi all’11 settembre. Lo stile personale di George W. Bush, la guerra al terrorismo, l’attacco statunitense in Iraq e Afghanistan, gli abusi di Abu Ghraib e Guantanamo hanno scatenato una violenta reazione anti-statunitense come non accadeva da anni. Chávez ha alimentato questo sentimento sia in Venezuela sia a livello internazionale. Alcuni leader sudamericani potrebbero seguire o simpatizzare per il presidente Chávez, per ravvivare le proprie origini di sinistra agli occhi degli elettori e per ricordare agli americani che la lealtà nei loro confronti non è da darsi per scontata.

Queste tendenze, vincoli e opportunità internazionali cambieranno? Non è impossibile immaginare che Chávez si lasci prendere la mano, vista la sua personalità e la sua ambiziosa agenda. In Venezuela non esistono forze interne in grado di sfidarne effettivamente l’egemonia politica. Per ora. Ma ciò che è chiaro è che la sua abilità nel gioco politico internazionale comporta molti rischi ed esiste un ampio margine per errori che possano destabilizzare il suo regime. A dire il vero, l’ironia che spesso sfugge è che lo stesso uomo che ha fatto del rifiuto di “imperialismo”, “colonialismo” e “interventismo” il nucleo della propria politica estera, si senta libero di immischiarsi negli affari degli altri, specialmente di quelli a lui più vicini.

Se le avventure in politica estera di Chávez si trasformassero nella fonte della sua rovina politica in patria, sarebbe semplicemente l’ennesimo leader di una lunga serie ad aver permesso ai propri grandiosi progetti di farlo precipitare nel dimenticatoio della storia. El Comandante Chávez farebbe meglio a pensare anche al Generale Leopoldo Galtieri oltre che a El Comandante Fidel Castro. E gli ammiratori all’estero farebbero bene a ricordarsi che molte delle idee che il presidente Chávez sta testando in Venezuela e sta esportando nelle nazioni vicine hanno un lungo pedigree, ampiamente documentato negli annali delle cattive idee.