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Diritti umani

La nuova Commissione nazionale: una scelta opportuna, ma da migliorare

26 Apr 2007 - Natalino Ronzitti - Natalino Ronzitti

In un articolo pubblicato su “Il Sole 24 Ore” il 17 aprile scorso, Guido Gentili accenna polemicamente alla proposta di far nascere una nuova authority, a dispetto dei richiami alla parsimonia che vengono puntualmente disattesi. L’occasione è un disegno di legge che recita “Istituzione della Commissione nazionale per la promozione e la protezione dei diritti umani e la tutela dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale”. Il disegno di legge, che non è stato preceduto da un dibattito approfondito (e neppure generico!), è stato approvato dalla Camera e trasmesso al Senato il 5 aprile 2007. L’articolo di Gentili è intitolato “Diritti umani, fermate quell’authority” ed è di sicuro effetto, poiché la legge, qualora approvata, comporterà dei costi, e il momento non sembra propizio per la nascita di nuove authority che vanno a intaccare il “tesoretto”, ormai quotidianamente insidiato.

La Commissione nazionale per la promozione e la protezione dei diritti umani dovrebbe essere composta da 5 membri, con un presidente nominato collegialmente dai Presidenti del Senato e della Camera e altri 4 membri, eletti dal Senato e dalla Camera che devono entrambi votare un uomo e una donna. Presidente e membri elettivi devono essere persone che assicurino indipendenza e idoneità alla funzione e avere un’esperienza pluriennale nel campo dei diritti umani, e di riconosciuta competenza nelle discipline afferenti alla salvaguardia dei diritti umani.

L’ufficio della Commissione avrà un organico di 100 unità. La Commissione svolge anche funzioni di garante dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, incluso nel campo dell’immigrazione poiché verifica, ad esempio, il rispetto della normativa esistente presso i centri di permanenza temporanea e assistenza. In materia, la Commissione gode di poteri ispettivi significativi ed è previsto che il suo Presidente conferisca a un membro della Commissione le funzioni di garante delle persone detenute.

Una svolta effettiva nel campo dei diritti umani?
Di per sé l’istituzione della nuova autorità non è un fatto negativo, ma costituisce in qualche modo un adempimento di risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che hanno chiesto agli Stati la creazione di meccanismi nazionali per la tutela dei diritti umani (risoluzioni 33/46 del 14 dicembre 1978 e 48/134 del 20 dicembre 1993). Molti Stati vi hanno provveduto, mentre per l‘Italia esiste solo un Comitato internazionale dei diritti dell’uomo, collocato presso il Ministero Affari Esteri, che assicura il coordinamento tra i vari ministeri. Neppure è stato possibile, nonostante le sollecitazioni del mondo accademico, creare un Difensore civico a livello nazionale.

Occorre però che l’istituenda Commissione sia preceduta o accompagnata da una serie di atti che dimostrino effettivamente la volontà dell’Italia di cambiar pagina nel campo della tutela dei diritti umani, non a parole, ma nei fatti. Ne indicherò due.

Il primo riguarda l’esecuzione delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo (Strasburgo) nel nostro ordinamento. Senza una legge ad hoc le sentenze civili e penali su cui si è formato il giudicato non possono essere oggetto di revisione, nonostante una condanna della Corte. L’Italia è stata spesso inadempiente, e occorre che finalmente si provveda con una legge organica (un compito che non può essere attribuito alla futura Commissione). Il secondo riguarda la legge di attuazione dello Statuto della Corte Penale Internazionale. L’Italia è stata tra i primi a ratificare, ma in mancanza di una legislazione effettiva di adeguamento siamo inadempienti.

Un disegno di legge da migliorare
Il disegno di legge dovrebbe, inoltre, essere migliorato in vari punti. Intanto nell’impianto generale. Non si capisce bene la dicotomia tra Commissione per la protezione dei diritti umani e garante delle persone private della libertà. Inoltre lascia a desiderare il modo in cui i membri della Commissione sono designati o eletti. Secondo la formulazione attuale del disegno di legge, essi sarebbero espressione della politica, mentre dovrebbero essere espressione della società civile, in modo da assicurare loro un’effettiva indipendenza. Inoltre occorrerebbe una assoluta trasparenza per la designazione delle candidature, assicurando adeguata pubblicità, ad esempio, sui media, come avviene in altri paesi il cui tasso di democraticità non può essere messo in dubbio (vedi Regno Unito). Infine andrebbero riesaminati i poteri che il disegno di legge accorda alla Commissione.

Si apra un dibattito, che investa la società civile e gli esperti e non sia confinato alle sole aule parlamentari. L’Italia ha posto la candidatura per essere eletta nel Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. I posti per il rinnovo parziale dei membri sono due nel gruppo occidentale e ci troviamo a competere con Danimarca e Olanda. È ovvio che si debba mettere ordine in casa nostra per poter competere con successo. Intanto l’Italia sottoscriva una lettera di impegno (pledge), come hanno già fatto gli altri candidati. Dal sito del Consiglio non risulta che l’Italia abbia finora sottoscritto il pledge e questo dimostra come spesso si agisca con improvvisazione.

UNA PRECISAZIONE
Nel presente articolo sulla Commissione nazionale per la promozione e la protezione dei diritti umani, pubblicato il 24/4, si fa riferimento alla candidatura italiana al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite e al fatto che, nel sito del Consiglio, non comparisse la lettera di impegno che ogni paese candidato sottoscrive. Per la verità non si è trattato d’improvvisazione italiana, ma di una inspiegabile omissione, nel sito del Consiglio, della lettera del nostro Rappresentante permanente alle Nazioni Unite, che finalmente compare con la sigla A/61/863. Il documento, datato 17 aprile, contiene il pledge italiano. Si tratta di un elenco nutrito di impegni, tra cui è compreso anche il completamento del processo legislativo per adeguare il nostro ordinamento giuridico allo Statuto della Corte penale internazionale. Tra gli impegni figura anche “l’Istituzione della Commissione Nazionale Indipendente per la Promozione e la Protezione dei diritti Umani e delle Libertà Fondamentali”. Si tratta quindi di un pledge che l’Italia ha assunto di fronte alla comunità internazionale. Proprio perché si fa riferimento ad una “Commissione Indipendente”, si dovrà provvedere di conseguenza.